Thomas Nölle, My Way (1956–2019)

Estamos encantados de participar como parte del equipo curatorial en Thomas Nölle, My Way (1956–2019), la exposición inaugural de Lux 48, el nuevo centro dirigido por Claudia Giannetti. La muestra abrirá al público el martes 2 de diciembre a las 19:00 h y podrá visitarse del 3 de diciembre de 2025 al 13 de marzo de 2026.

Esta primera exposición en Lux 48 presenta una cuidada selección de obras del acervo de Thomas Nölle, realizada por un amplio equipo curatorial compuesto por N. Aramburu, N. Baitello Jr., R. Bosco, S. Caldana, G. Caprín Zara, M. Carrasco, N. Casares, Joan Cruspiera, A. Pakula, A. Esquerra-Torrescana, C. Fadon, A. Franco (in memoriam), C. Gasparinho, A. Montesinos, M. Pallier, J. Pech, U. Pistolo Eliza, S. Sabini y A. Vega.

La exposición incluye además la presentación de su Catalogue Raisonné, estructurado en tres volúmenes:
Vol. 1 – Selbst | Self-portraits, 1964–2020
Vol. 2 – Photography | The Early Works, 1963–1973
Vol. 3 – Artworks, 1965–1984

Celebramos profundamente la oportunidad de contribuir a este homenaje inaugural, que no solo revisita la trayectoria de Nölle, sino que, teniendo muy presente la falta irremplazable de su presencia, preserva y proyecta su legado en un espacio concebido para revitalizar el pensamiento crítico, la imagen y la creación contemporánea en Madrid.

Le scintille magiche di Joan Miró

Le scintille magiche di Joan Miró (Il Giornale dell’Arte – 13/08/2025)

Quattro mostre a Palma di Maiorca celebrano l’artista che trascorse sull’isola baleare la maggior parte della sua vita.

In catalano «guspira» significa «scintilla». Joan Miró (Barcellona, 1893-Palma di Maiorca, 1983) diceva che ogni opera sorge da una scintilla ispiratrice che normalmente era un oggetto trovato per caso, ma anche una fotografia o una semplice cartolina. La maggioranza di questi oggetti li conservava nei due studi e nella casa di Palma di Maiorca, dove trascorse gran parte della sua vita. Fino all’11 gennaio 2026 alcuni dei più significativi di questi oggetti si possono vedere accanto all’opera che hanno contribuito a creare nella mostra «La guspira màgica», nella Fondazione Miró di Palma. Si tratta della rassegna più importante delle quattro di «Paysage Miró» (continua)

Cindy Sherman, una, nessuna, centomila

Cindy Sherman, una, nessuna, centomila (Il Giornale dell’Arte – 31/07/2025)

Hauser & Wirth presenta nella sua sede di Minorca una grande retrospettiva della fotografa statunitense dai mille volti e dalle mille identità, la prima in Spagna negli ultimi 20 anni.

Figure femminili con eleganti abiti di haute couture, sullo sfondo di paesaggi vasti e inospitali, accolgono il visitatore della sede di Hauser & Wirth dell’Illa del Rei nel porto di Maó a Minorca. Sono fotografie di grande formato, che presentano figure stranamente dislocate, come se fossero state sovrapposte digitalmente a paesaggi insulari. Si tratta di «Ominous Landscape», una selezione di immagini che la fotografa statunitense Cindy Sherman (1954) realizzò nel 2010 con abiti e accessori scelti dagli archivi della maison Chanel: dai vestiti anni ’20 disegnati dalla stessa Coco Chanel, alle creazioni contemporanee di Karl Lagerfeld. Il mondo della moda apre questa grande mostra, la prima monografia in Spagna di Cindy Sherman, da quella che le dedicò il Museo Reina Sofia di Madrid nel 1996. In questa serie di fotografie, i lussuosi abiti creano un sorprendente contrasto con la desolata intensità dei paesaggi che li circondano, mentre le figure femminili incombono più grandi del loro ambiente naturale, alterando i ruoli della gerarchia romantica.

Paloma Picasso ripercorre la sua infanzia a Vallauris

Paloma Picasso ripercorre la sua infanzia a Vallauris (Il Giornale dell’Arte – 28/07/2025)

La designer, che ha concepito la mostra in ricordo di suo fratello Claude, espone al Museu Picasso di Barcellona opere della famiglia mai viste in pubblico prima d’ora.

«Ero una bambina silenziosa e osservatrice, non mi ribellavo, ma non obbedivo. Non è facile essere figlia di Pablo Picasso, ma neanche di Françoise Gilot, eppure ho sempre avuto la coscienza del privilegio che significava». Paloma Picasso sgrana i suoi ricordi e rivela gli aspetti più intimi della sua infanzia nella mostra «Crescere tra due artisti» che ha curato insieme a Emmanuel Guigon, direttore del Museu Picasso di Barcellona, dove si può visitare fino al 26 ottobre. La mostra, concepita come omaggio a suo fratello Claude, morto due anni fa a pochi mesi di distanza dalla madre (scomparsa a 102 anni) e dalla sorellastra Maya, figlia di Marie-Therèse Walter, presenta un centinaio di opere, tra pitture e disegni, la maggior parte delle quali appartengono alla famiglia e sono praticamente inedite per il pubblico.(continua)

Ludovica Carbotta difende il diritto alla città

Ludovica Carbotta difende il diritto alla città (Il Giornale dell’Arte – 11/07/2025)

Nella Fundació Miró di Barcellona l’artista torinese ha realizzato un’installazione inedita che in autunno sarà trasformata in un parco infantile

Al di là dei luoghi comuni sulla fratellanza tra Italia e Spagna, per quanto riguarda l’arte visiva le relazioni tra i due Paesi non sono particolarmente intense. Per questo suscita uno speciale interesse «Constructoras de mundos muy parecidos al nuestro» (Costruttrici di mondi molto simili al nostro), la mostra che l’italiana Ludovica Carbotta (Torino, 1982) presenta dall’11 luglio al 2 novembre, nell’Espai 13 della Fundació Miró di Barcellona. La rassegna, che fa parte del ciclo «Cómo desde aqui» (Come da qui), curato da Carolina Jiménez, propone uno sguardo critico e ludico allo stesso tempo sulla città, intesa come spazio di mediazione e frizione, d’incontro e scontro. «La mia è una rappresentazione dello spazio pubblico abitata da oggetti disturbanti, macerie, residui di storie parallele ed elementi di proteste passate e presenti, dalla guerra di Iraq al genocidio del popolo palestinese», spiega l’artista, che vive a Barcellona ormai da otto anni ed è rappresentata da Bombon projects, una delle più brillanti gallerie cittadine attive anche sulla scena internazionale. (continua)

GDA: A Barcellona nuove visioni della storia e nuove forme di raccontarla

A Barcellona nuove visioni della storia e nuove forme di raccontarla (Il Giornale dell’Arte – 05/07/2025)

Nel Padiglione Victoria Eugenia e nel Palau Moja la grande mostra di Manuel Borja-Villel, che combatte le narrazioni coloniali, gerarchiche e anacronistiche del museo enciclopedico.

«La macchina non è il problema, è solo uno specchio. Interroga la macchina, mettila in dubbio, prima che sia lei a decidere per te». Le parole appaiono su un grande schermo come se qualcuno le stesse scrivendo sulla tastiera, ma non è così. Si tratta dell’Intelligenza Artificiale di «Woke Manipulator™» che Daniel G. Andújar alimenta con tutti i contenuti vincolati alla mostra per cui è stata creata. Capace di reagire a qualsiasi lingua e dotata di telecamere e microfoni che registrano tutto ciò che accade nello spazio espositivo, la AI stabilisce un gioco quasi perverso con il suo creatore, mantenendo un’inquietante parzialità di radice capitalista ed eurocentrica e dimostrando che controllarla del tutto è praticamente impossibile. «L’Intelligenza Artificiale vive dello stesso sistema estrattivisto che questa mostra critica», afferma Andújar, che con i suoi grandi schermi dà il benvenuto ai visitatori di «Fabular paisatge» (fino al 5 ottobre), la prima proposta espositiva del Museo Habitat di Barcellona con cui Manuel Borja-Villel (Burriana, 1957) mette in discussione il modello enciclopedico di museo, che ha contribuito a stabilire una visione unica e gerarchica dell’evoluzione dell’arte, proponendo un’alternativa aperta alla diversità, a nuove visioni della storia e anche a nuove forme di raccontarla. (continua)

Tot el que volies saber sobre Intel·ligència Artificial i segueixes sense saber

Backup” del artículo original “Tot el que volies saber sobre Intel·ligència Artificial i segueixes sense saber” publicado por Roberta Bosco el 20 octubre 2023 en El Temps de les Arts.

Una mostra enciclopèdica al CCCB esbossa la història de la IA i intenta respondre als interrogants ètics i pràctics sobre aquesta tecnologia.

IA: Intel·ligència Artificial
CCCB (Centre de Cultura Contemporània de Barcelona)
Fins al 17 de març de 2024

La màquina espera el visitant en un espai fosc. No té aparença antropomòrfica, no hi ha teclat ni altres dispositius per interactuar, tampoc cal parlar-li. La seva funció és explorar la interacció directa entre humans i intel·ligència artificial a través de la comunicació sensorial i emotiva no verbal, expressada mitjançant els moviments que articulen el nostre llenguatge corporal. L’obra és com un nadó que acaba de néixer i comença a descobrir el món i a aprendre. De moment reconeix les emocions més bàsiques com a enuig o alegria, però cada dia i a través de cada visita anirà aprenent, fins a desenvolupar coneixements cada cop més complexos i sofisticats. Es tracta de Common AI Verse, l’obra que Solimán López ha creat amb el suport d’Espronceda Institute of Art & Culture, ex professo per a la gran mostra IA: Intel·ligència Artificial, que s’acaba d’inaugurar al Centre de Cultura Contemporània de Barcelona (CCCB ).

L’exposició, oberta fins al 17 de març, es basa en un projecte d’èxit del Barbican Centre de Londres del 2019, al qual s’han afegit algunes obres d’artistes espanyols, comissariades per Lluís Nacenta. A més de la peça de Solimán López, destaquen al principi del recorregut la d’Eduard Escoffet i al final la de María Arnal. Es tracta de dues obres sonores. Eco i l’oracle d’Escoffet ocupa una mena de petita capelleta on una cacofonia de veus (en realitat sempre és la de l’artista) desgrana cada dia totes les notícies sobre IA, que es van integrant a una partitura, de manera que la peça, que es reprodueix cada 30 minuts, és sempre diferent. Al final, en una petita sala d’enregistrament, la reproducció sintètica de la veu de Maria Arnal harmonitza en temps real amb els fragments cantats pels visitants, formant un cor híbrid humà-digital, que evolucionarà al llarg de tota l’exposició. La peça posa de manifest com els models de síntesi de veu canvien radicalment el paradigma del significat del cant, així com ChatGPT i altres recursos similars estan modificant l’escriptura sigui assaig, periodisme o narrativa.

Tot i que sembla haver eclosionat només ara, la IA és una tecnologia d’arrels centenàries i la mostra ho reflecteix en un recorregut de tall històric, que intenta abastar-ho tot, sense arribar a ser exhaustiva. El muntatge ocupa un espai que al meu entendre hauria hagut de ser el doble. Resulta tan dens i complex, que el visitant acaba recolzant-se en el que ja coneix des del gólem, Frankenstein, els replicants de Blade Runner i l’androide d’Alien, passant per una reproducció de la màquina de xifrat Enigma i els circuits de Deep Blue, l’ordinador que va vèncer el campió d’escacs Garri Kasparov, fins als robots antropomorfs i el gos Aibo, ja vist tantes vegades que ni emociona quan intenta donar-te la poteta.

Mentre els museòlegs més capdavanters qüestionen l’enfocament enciclopèdic, la mostra del CCCB representa el triomf d’aquest plantejament. Hi ha de tot i tot plegat: pots aspirar l’olor reconstruïda d’una flor extinta fa més d’un segle, contemplar un nas bioimprès en 3D, un rusc artificial i fins i tot un esprai que conté, segons diuen, l’ADN sintètic d’un àlbum de Massive Attack. El tall és el d’un museu de la ciència i, tot i que si els busques bé pots trobar els dubtes ètics i pràctics que planteja l’ús indiscriminat de la IA, és evident que ha arribat per quedar-s’hi i sobretot per generar més diners al capital.

I l’art? L’art queda diluït, perdut, indistingible en l’allau d’objectes, de manera que la seva càrrega crítica, quan en té, queda desactivada per l’aclaparador display tecnològic, com si ser una obra d’art no fos suficient sense la justificació i l’exaltació de la tecnologia que la sustenta… com si les obres de pop art s’exposessin envoltades de la història de la pintura acrílica.

Entretinguda, interessant, aclaparadora, angoixant, complexa i confusa, són alguns dels adjectius captats al vol durant la visita reservada a la premsa, que tenia l’avantatge de comptar amb les explicacions de l’equip del centre, encapçalat pel seu assessor científic Jordi Torres, del Barcelona Supercomputing Center, autor del llibre La intel·ligència artificial explicada als humans. Finalment, el que queda clar és que la IA és emanació de la intel·ligència biològica, de la qual aprèn i de la qual s’alimenta. Pot recordar més que nosaltres i elaborar moltíssimes més informació, així que és més que lícit preguntar-se on resideix el punt de presa de consciència d’una entitat intel·ligent… si possible sense paranoia ni angoixes.

 

DECIDIM FEST 2023: Intel·ligència Artificial vs Intel·ligència Col·lectiva

L’obertura de la mostra ha coincidit amb la inauguració del Decidim Fest 2023, que ha omplert durant tres dies el Canòdrom de presentacions i debats sota el lema Democràcia, tecnologia i intel·ligència artificial col·lectiva.

DECIDIM FEST 2023
Democràcia, tecnologia i intel·ligència artificial col·lectiva
Canòdrom Ateneu d’Innovació Digital i Democràtica de Barcelona
18,19 i 20 d’octubre de 2023
https://meta.decidim.org

El festival, organitzat per la comunitat Decidim, ha plantejat processos de reflexió sobre democràcia i tecnologia, abordant les implicacions de la IA a la vida quotidiana i els riscos que comporta el seu ús, que pot arribar a ser fraudulent, afectant les formes de governar la societat, la veracitat de la informació i el coneixement i fins i tot els drets fonamentals de la ciutadania. Decidim és una plataforma de codi lliure per a la participació ciutadana, creada per la comunitat homònima i l’Ajuntament de Barcelona, el 2016. Actualment, ha estat implementada a 30 països per governs locals i institucions molt diverses, en total més de 450. Es tracta d’un exemple perfecte de com un software creat a Catalunya s’està usant a tot el món, exportant un model propi de participació i convertint-se en una referència global de tecnologia lliure i democràtica.

Il punk è morto, viva il punk

Backup” del artículo original “Il punk è morto, viva il punk” publicado por Roberta Bosco el 11 maggio 2016 en Il Giornale dell’Arte.

Una mostra al Macba di Barcellona ripercorre l’influenza sull’arte contemporanea del movimento (non solo musicale) esploso 40 anni fa a Londra e New York

Barcellona. «Il punk non è morto e questa non è una mostra sul punk». Lo afferma David G. Torres, curatore della mostra «Punk. Sus rastros en el arte contemporáneo» («Punk. Le sue tracce nell’arte contemporanea»), che si può visitare nel Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba) da domani fino al 25 settembre.

Estranea a qualsiasi concessione nostalgica o celebrativa, nonostante coincida con il quarantesimo anniversario dell’esplosione del punk a Londra e New York, la mostra riconosce l’importanza del fenomeno, non solo nell’ambito musicale, ma in molteplici discipline dalla moda al cinema e come indica il titolo, ricerca le sue tracce nell’arte plastica e visiva. Il risultato è una mostra di grandi opere, ma anche di ambienti e di attitudini che si materializzano nei contributi di oltre 60 artisti di diverse generazioni. «Anticonformisti, ma allineati, discriminati, ma acclamati, i punk rappresentano un modo di vedere il mondo nichilista e cinico che, pur dando molta importanza all’estetica, non si ferma alla superficie e affronta temi politici e sociali, come la diversità sessuale, la paura del terrorismo e della crisi economica e l’anelito all’anarchia», spiega Torres.

A partire dal libro Tracce di rossetto. Una storia segreta del XX secolo (pubblicato in Italia da Odoya) in cui il giornalista e critico musicale Greil Marcus individua il germe della rabbia, dell’insofferenza e dello scetticismo dei punk nei movimenti radicali precedenti come il Cabaret Voltaire, il Dadaismo o l’Internazionale situazionista, il curatore guarda avanti, cercandolo nella creazione contemporanea. La conferma si trova nel gigantesco, luminoso «NO? FUTURE!» di Jordi Colomer che accoglie il visitatore nell’atrio dell’edificio di Richard Meier, che ha dovuto aggiungere numerose pareti per accogliere le circa cento opere selezionate e gli svariati materiali documentari.

La selezione va dai precursori come Chris Burden e Valie Export, passando per gli interpreti principali Dan Graham con «Rock my religion», Martin Kippenberg, Raymond Pettibon, Mike Kelley e Paul McCarthy, fino agli epigoni con una splendida Tracey Emin con il sesso sepolto sotto monete e banconote, il tappeto di bossoli raccolti in Guatemala dal collettivo Detext e il ponte traballante circondato da vetri rotti di Tere Recarens che bisogna percorrere correndo.

La mostra, che in autunno farà tappa nel Museo del Chopo di Città del Messico, espone diversi artisti di quel Paese, tra cui Luis Felipe Ortega con il video di una performance che condensa tutta l’angoscia vitale distillata dal punk. Due gli italiani in mostra: Chiara Fumai (Roma, 1978) con un’installazione sulla scrittrice femminista radicale statunitense Valerie Solanas e Federico Solmi (Bologna, 1973) con la trilogia «Chinese democracy», un sarcastico video di animazione sulla natura autodistruttiva dell’umanità.
Una banda di automi realizzati negli anni Ottanta con pezzi di scarto e restaurati per la mostra da Marcel.lí Antúnez, uno dei fondatori de La Fura dels Baus, congeda il visitatore con la sua cacofonia metallica assordante. Una vera esperienza punk!

Il XXI secolo nel cuore di Madrid

Backup” del artículo original “Il XXI secolo nel cuore di Madrid” publicado por Roberta Bosco el 28 junio 2012 en Il Giornale dell’Arte.

Madrid. Gli spettacolari Juan Gris (11 in totale) della Fundación Telefónica sono tornati a casa o, meglio, nello storico edificio della compagnia, completamente rinnovato e trasformato in museo. Dopo anni in deposito all’Ivam di Valenza e al Museo Reina Sofía di Madrid, le opere che compongono la collezione cubista della Fundación Telefónica sono ora esposte al quarto piano dell’edificio, che si affaccia sulla scenografica Gran Vía, il cuore pulsante di Madrid, che unisce i grandi musei della Castellana con le sedi del potere politico della Plaza del Sol. Una balconata offre un anticipo di ciò che attende il pubblico al terzo piano e permette quasi di toccare le misteriose felci animate appese nella sorprendente caverna viva di Philip Beesley, che tremano al contatto con gli esseri umani e fanno da ponte tra le avanguardie storiche e le avanguardie del XXI secolo. Queste sono rappresentate dalla mostra antologica che riunisce 23 delle opere premiate nelle tredici edizioni del Premio Vida dedicato all’arte realizzata con tecniche e concetti di vita artificiale. «Dalla rivoluzione industriale non c’è alcun cambiamento sociale e tecnologico della stessa portata fino alla rivoluzione digitale. L’introduzione di internet e delle nuove tecnologie nel mondo della creazione mette fine al Postmodernismo e dà inizio a una nuova avanguardia», ha affermato Francisco Serrano, presidente della Fundación Telefónica che, a differenza di altri presidenti di grandi collezioni corporative, conosce la sua nei minimi dettagli ed è un vero appassionato d’arte. Si deve a lui la creazione nel 1999 di Vida, un concorso che in questi anni è diventato un riferimento internazionale nel campo della vita artificiale applicata all’arte. Costruita tra il 1926 e il 1929 e inaugurata dalla società spagnola dei telefoni nel 1930, la sede del museo (inaugurato alla presenza del principe Felipe e della consorte Letizia) è stato il primo «grattacielo» d’Europa. La ristrutturazione recupera più di 6mila metri quadrati per l’arte, suddivisi in tre piani collegati da una spettacolare scala elicoidale in ferro e acciaio (nella foto), sicuramente l’elemento più iconico dell’edificio.

(Il Giornale dell’Arte numero 321, giugno 2012)

Il CaixaForum festeggia con Delacroix

Backup” del artículo original “Il CaixaForum festeggia con Delacroix” publicado por Roberta Bosco el 10 febbraio 2012 en Il Giornale dell’Arte.

Barcellona. «Quando dipingo, non cerco di descrivere un pensiero», spiegava Eugène Delacroix (1798-1863) a proposito del soggetto di un dipinto, in cui l’emozione doveva sorgere dalla materia, dalla luce e dal colore, più che dalle scene rappresentate. La drammaticità, l’esotismo, il movimento e la policromia delle opere di Delacroix, considerato un rivoluzionario in contrapposizione alle rigide convenzioni dell’arte neoclassica, danno vita alla maggiore retrospettiva dell’artista organizzata negli ultimi cinquant’anni, dopo la rassegna allestita a Parigi nel 1963 in occasione del centenario della sua morte. Dal 15 febbraio al 20 maggio il CaixaForum Barcelona celebra il decimo anniversario della sua inaugurazione con una mostra di oltre 100 opere tra dipinti a olio, acquerelli e disegni, provenienti da importanti musei internazionali come la National Gallery di Londra, il Metropolitan Museum di New York o l’Art Institute di Chicago. La rassegna, curata da Sébastien Allard, conservatore capo del Dipartimento di Pittura del Louvre, che presta per la prima volta alcune opere significative, è una coproduzione tra il museo barcellonese e quello parigino. L’itinerario espositivo ripercorre l’evoluzione stilistica del pittore che Baudelaire definì «il più moderno degli artisti» attraverso opere come «Grecia spirante sulle rovine di Missolungi», «Donne d’Algeri nei loro appartamenti», «La morte di Sardanapalo» e il celebre «Autoritratto» del 1837 (nella foto).

(Il Giornale dell’Arte numero 317, febbraio 2012)