Paul McCarthy: «Il fascismo ha una meschinità che gli permette di sopravvivere e riapparire in nuove forme»

Paul McCarthy: «Il fascismo ha una meschinità che gli permette di sopravvivere e riapparire in nuove forme» (Il Giornale dell’Arte – 10/03/2026)

Abbiamo intervistato l’artista statunitense a Madrid, in occasione della presentazione della mostra prodotta dalla galleria Bowman Hal in collaborazione con Hauser & Wirth. Disegni di grandi dimensioni e videoperformance mettono in scena una visione cruda e inquietante delle strutture di potere e delle dinamiche di dominazione nella società occidentale.

Adamo & Eva, Adolf & Eva, sono due facce di una stessa medaglia: la bontà e il male, la purezza e la corruzione. L’acronimo (che sta anche per Art & Entertainment) dà il titolo a «A&E, Adolf/Adam & Eva/Eve», un progetto di lunga durata che l’artista americano Paul McCarthy (Utah, 1945) ha realizzato con l’attrice tedesca Lilith Stangenberg. Attraverso un nucleo di disegni di grandi dimensioni e di videoperformance, mette in scena una visione cruda e inquietante delle strutture di potere e delle dinamiche di dominazione nella società occidentale. Le opere sono visibili dal 6 marzo al 16 maggio a Madrid, nel Bowman Hal, il nuovo spazio commerciale del centro d’arte e cultura contemporanea SOLO CSV, fondato dalla coppia di imprenditori e collezionisti Ana Gervás e David Cantolla.

A Barcellona i Nabis, profeti del XIX secolo

A Barcellona i Nabis, profeti del XIX secolo (Il Giornale dell’Arte – 02/03/2026)

Tra le quasi 200 opere riunite a La Pedrera, anche «Le Talisman» di Sérusier, eccezionale prestito dal Musée d’Orsay di Parigi.

Non poteva esserci cornice migliore della Casa Milà di Antoni Gaudí, più nota come La Pedrera, edificio emblematico del Modernismo a Barcellona, per accogliere una grande mostra interamente dedicata ai Nabis. «I Nabis: da Bonnard a Vuillard», dal 6 marzo al 28 giugno, ripercorre la storia di questo movimento attivo a Parigi tra il 1888 e il 1900, nato grazie allo studente Paul Sérusier, che dopo un soggiorno a Pont-Aven (Bretagna) sotto la guida di Paul Gauguin e influenzato dal suo approccio simbolista, realizzò un piccolo dipinto, «Le Talisman», dalle forme semplificate e i colori vividi, che si considera la prima pittura nabi.

Il decennio decisivo per l’arte di Antoni Tàpies in quattro personali

Il decennio decisivo per l’arte di Antoni Tàpies in quattro personali (Il Giornale dell’Arte – 22/02/2026)

L’omonimo museo di Barcellona ricostruisce le mostre realizzate tra il 1950 e il 1960, in Spagna e in Francia, che furono determinanti per l’evoluzione formale e concettuale del linguaggio dell’artista catalano.

Che impatto ha l’allestimento di una mostra sulla nostra percezione delle opere? Come veniva presentato il lavoro di Tàpies nelle sue prime rassegne e che effetto ha avuto sulla ricezione da parte del pubblico? La nostra percezione di quelle opere può cambiare oggi, se vengono riproposte nel loro contesto originale? Si prefigge di rispondere a queste domande la mostra «Il movimento perpetuo del muro», con cui Imma Prieto e Pablo Allepuz, direttrice e conservatore capo del Museu Tàpies di Barcellona, continuano la serie di proposte che offrono una nuova visione aggiornata dell’opera di Antoni Tàpies (Barcellona, 1923-2012).

La rivoluzione di Segade al Reina Sofía di Madrid parte dall’allestimento

La rivoluzione di Segade al Reina Sofía di Madrid parte dall’allestimento (Il Giornale dell’Arte – 18/02/2026)

Il nuovo direttore trasforma il percorso di visita della sezione dal 1975 a oggi in uno più accessibile, dinamico e didattico, con il visitatore al centro dell’esperienza museale. Oltre 400 opere, il 35% di donne e più della metà inedite.

Due anni e mezzo dopo essere stato nominato direttore del Museo Reina Sofía di Madrid, Manuel Segade (La Coruña, 1977) presenta la prima parte del nuovo allestimento della collezione permanente del museo d’arte contemporanea più importante di Spagna, dal 18 febbraio aperto al pubblico. La sua «ristrutturazione concettuale» inizia proprio dagli ultimi 50 anni della storia delle arti visive, la parte più controversa dell’eredità lasciatagli dal suo predecessore Manuel Borja-Villel, quella che provocò più polemiche tanto da accelerare il suo abbandono del museo.

Dai primi scritti e dipinti informali alle azioni di arte viva: Alberto Greco al Reina Sofia

Dai primi scritti e dipinti informali alle azioni di arte viva: Alberto Greco al Reina Sofia (Il Giornale dell’Arte – 05/02/2026)

La rassegna di Madrid ripercorre la breve ma intensa vita dell’artista argentino e il percorso migratorio che intraprese nel 1950 da Buenos Aires a Barcellona.

L’artista Alberto Greco (Buenos Aires, 1935-Barcellona, 1965) si suicidò a Barcellona il 13 ottobre 1965 con una dose letale di barbiturici. Con il suo gesto troncò una promettente carriera che, a soli 29 anni, l’aveva posizionato tra le figure centrali dell’Informale e dell’avanguardia concettuale degli anni ’60. Prima di abbandonare la vita scrisse sul palmo della mano la parola «Fine» e molti vollero vedere in questo gesto un ultimo atto performativo coerente con la sua poetica radicale, ma Fernando Davis, studioso della sua opera e curatore della mostra «Alberto Greco. Viva el arte vivo» che il Museo Reina Sofía gli dedica dall’11 febbraio al 8 giugno, non è d’accordo.
(Edizione in PDF de Il Giornale dell’Arte n.469, Febbraio 2026)

United Visual Artists ha inaugurato un nuovo spazio espositivo a Casa Batlló a Barcellona

United Visual Artists ha inaugurato un nuovo spazio espositivo a Casa Batlló a Barcellona (Il Giornale dell’Arte – 02/02/2026)

Matt Clark, fondatore del collettivo londinese, illustra il mapping sulla facciata e la mostra nell’edificio di Antonio Gaudí.

«Questo insieme di opere è un’ode all’universo in costante evoluzione, luogo di ambivalenze e cambi, che a volte possiamo vedere, altre sentire, ma che nella maggioranza dei casi, non riusciamo a percepire». Così l’artista britannico Matt Clark, fondatore e direttore del celebre studio londinese United Visual Artists (Uva) definisce le sette opere prodotte espressamente per la mostra «Behind the Façade» (fino al 17 maggio) che inaugura il programma regolare di Casa Battló Contemporary, il nuovo spazio dedicato all’arte contemporanea della Casa Battló, il celeberrimo edificio di Antoni Gaudí sul paseo de Gracia di Barcellona.

Felipe Romero

Felipe Romero – Fundación Mapfre y Museo de Arte Contemporáneo de Nimês” publicado por Roberta Bosco en Art Nexus 125 – Diciembre – Mayo 2026. (Texto en English)

El río Bravo, el cuarto más largo de Norteamérica, nace en las montañas de Colorado, y en Texas comienza a formar la frontera que separa a Estados Unidos y México a lo largo de 1.100 kilómetros, hasta desembocar en el golfo de México. Desde que dio nombre a la célebre película de Howard Hawks con John Wayne en 1959, el río Bravo forma parte del imaginario colectivo para bien o para mal. ¿Cuántas historias podría contar? ¿A cuántas tragedias, a cuántos amores y muertes asistió hasta convertirse en el título de una magnífica exposición del artista colombiano Felipe Romero Beltrán (Bogotá, 1992), curada por Victoria del Val, que, tras su paso por las sedes de la Fundación Mapfre en Barcelona y Madrid, se presenta en el Museo de Arte Contemporáneo de Nimês hasta marzo de 2026?

“Bravo”, así a secas, sin necesidad de calificativos, como queriendo reforzar la ambigüedad que le caracteriza (¿camino de huida hacia la libertad o trampa infernal?), se abre con El cruce, una pieza audiovisual que ofrece nuevas visiones del río ajenas a su papel de confín, porque más allá de las historias de los migrantes intentando cruzar hacia el sueño americano, están su espera y su vida cotidiana, con alegrías y dolores, ceremonias religiosas de todo tipo, e incluso competiciones de pesca. Con esa mirada dinámica a 360º, el artista introduce las 52 fotografías que reflejan las múltiples realidades del río Bravo a través de imágenes de arquitecturas, personas y paisajes divididas en secciones, tituladas “Cierres”, “Cuerpos” y “Brechas”.

Felipe Romero. Amigo de El Friki y pared rosa, 2021-2024. Impresión Lambda. 120 x 150 cm (47 x 59 pulgadas). Cortesía: © Felipe Romero Beltrán.

Proyecto ganador de la segunda edición del KBr Photo Award, “Bravo” se sitúa en los límites de la fotografía documental, hibridando este lenguaje con elementos más cercanos a lo artístico, lo pictórico e incluso lo performativo. Al reflexionar sobre la identidad y la frontera, las imágenes de “Bravo” revelan cómo el entorno puede reflejar y transformar la experiencia humana. De hecho, el río Bravo resulta emblemático del interés que Romero Beltrán manifiesta a lo largo de toda su trayectoria por los territorios que han sido o son escenario de tensión y conflictos. Su particular condición geográfica fronteriza ha contribuido a reforzar su carga política y a acumular, desde el siglo XIX, choques y colisiones, hasta llegar, en los últimos años, a una situación insostenible. Situación que revela sus rasgos más violentos en los restos de un coche quemado o en los impactos de balas en las paredes de las casas, algunos tapados con papel o cemento sobrante, otros ensanchados hasta convertirlos en pequeños escondrijos.

Otro río, el colombiano Magdalena, utilizado como cementerio de asesinados durante casi cincuenta años de guerra civil, protagonizó su primer proyecto con cierto reconocimiento. En él, Romero Beltrán habla de este río, uno de los más importantes de su país natal, que fue testigo mudo del conflicto entre las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC) y el Estado, que se concluyó con la firma de los acuerdos de paz en 2016. En este proyecto, Romero Beltrán consigue inmortalizar la rebelión del río, que, con la fuerza de sus remolinos, expulsa los cuerpos mutilados de aquellos que fueron lanzados al agua, negándoles no solo la vida, sino también un entierro digno y un lugar donde los suyos pudieran llorarlos. El río Magdalena y el río Bravo han sido y siguen siendo escenarios y testigos de crímenes atroces, detenciones y muertes, pero también de alegrías, bodas e inesperados nacimientos.

A pesar de abrir la exposición con una obra que se titula El cruce, Romero Beltrán no se concentra en el momento del atravesamiento, sino en la espera, tan larga y desesperante que parece eterna. Una espera que se desarrolla en habitaciones desnudas, en las que apenas aparecen una mesa, una silla o un colchón, imágenes de carácter casi pictórico que, en ocasiones funcionan, como protagonistas y, en otras, como escenario de retratos de mujeres y hombres, cuyas miradas acentúan la idea de tiempo suspendido, de vida en pausa. Estos rostros, junto con los austeros bodegones de los objetos cotidianos de sus propietarios, remiten a cierta imaginería religiosa que mezcla la fe católica con el sincretismo de las creencias ancestrales autóctonas: el lavatorio de los pies, los cuerpos desnudos yacentes, como de un Cristo barroco, y las facciones cansadas de estos mártires contemporáneos. Los paisajes de un territorio herido y maltratado, testigos y escenarios de la violencia de los elementos y de los seres humanos, cierran el emocionante recorrido de este poderoso ensayo visual, que logra captar la compleja y a menudo dolorosa condición de los territorios fronterizos y de quienes los habitan.

La luce dell’oscurità: Paolo Maggis a Barcellona

La luce dell’oscurità: Paolo Maggis a Barcellona (Il Giornale dell’Arte – 16/01/2026)

Una grande mostra dell’eclettico pittore italiano inaugura il nuovo spazio della galleria Sergi Sánchez.

Nonostante si parli molto delle affinità culturali tra Spagna e Italia, la verità è che gli scambi artistici tra le istituzioni sia pubbliche che private dei due paesi continuano ad essere molto meno frequenti di quanto sarebbe auspicabile. Per questo è una gradita sorpresa che l’italiano Paolo Maggis sia l’artista prescelto per la mostra inaugurale del nuovo spazio e del nuovo progetto della galleria Sergi Sánchez di Barcellona, che inizia una nuova tappa centrata in artisti emergenti ma già consolidati, tra cui spiccano nomi di grande interesse come Vanessa Pey, Carles Mercader, Xavi Deu o Javier Garcés.

Il Guggenheim di Bilbao va alle radici dell’arte

Il Guggenheim di Bilbao va alle radici dell’arte (Il Giornale dell’Arte – 05/12/2025)

Oltre 100 opere di Land art di 40 artisti esplorano il rapporto tra l’arte contemporanea e il suolo come territorio fisico, simbolico ed ecologico.

L’installazione di Giuseppe Penone «Unghia e foglie di alloro», che occupa sia olfattivamente sia visivamente lo spazio espositivo, è l’immagine della nuova mostra del Museo Guggenheim di Bilbao «Arti della Terra», che dal 6 dicembre al 3 maggio 2026 affronta il conflitto tra progresso tecnologico ed ecologia dalla prospettiva dell’arte visiva e concettuale, l’architettura e il design. Il progetto, che fa parte del piano strategico per la sostenibilità ambientale del museo, riunisce oltre 100 opere di 40 artisti di generazioni e culture diverse, che comprendono tutti i grandi nomi del Land art.

Annie Leibovitz: «La moda e l’ironia aiutano a sopravvivere»

Annie Leibovitz: «La moda e l’ironia aiutano a sopravvivere» (Il Giornale dell’Arte – 01/12/2025)

La fotografa americana rivela il suo universo nella grande retrospettiva spagnola della Fundación MOP a La Coruña.

«Quando sono venuta in Spagna per mostrare al re e alla regina le fotografie che mi avevano commissionato, sono scappata in Galizia e quando ho visto la mostra di Irving Penn nello spazio della Fundación MOP, ho pianto». Così Annie Leibovitz (Waterbury, Connecticut, 1949) spiega il motivo per cui ha deciso di accettare l’invito della fondazione creata da Marta Ortega Pérez (da qui l’acronimo), erede del gruppo Inditex, l’impero tessile che raggruppa marche di diffusione planetaria come Zara o Bershka. Dopo Peter Lindbergh, Steven Meisel, Helmut Newton, Irving Penn e David Bailey, questa è la prima mostra che la fondazione, specializzata in fotografia, moda e design, dedica a una fotografa.