Il punk è morto, viva il punk

Backup” del artículo original “Il punk è morto, viva il punk” publicado por Roberta Bosco el 11 maggio 2016 en Il Giornale dell’Arte.

Una mostra al Macba di Barcellona ripercorre l’influenza sull’arte contemporanea del movimento (non solo musicale) esploso 40 anni fa a Londra e New York

Barcellona. «Il punk non è morto e questa non è una mostra sul punk». Lo afferma David G. Torres, curatore della mostra «Punk. Sus rastros en el arte contemporáneo» («Punk. Le sue tracce nell’arte contemporanea»), che si può visitare nel Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba) da domani fino al 25 settembre.

Estranea a qualsiasi concessione nostalgica o celebrativa, nonostante coincida con il quarantesimo anniversario dell’esplosione del punk a Londra e New York, la mostra riconosce l’importanza del fenomeno, non solo nell’ambito musicale, ma in molteplici discipline dalla moda al cinema e come indica il titolo, ricerca le sue tracce nell’arte plastica e visiva. Il risultato è una mostra di grandi opere, ma anche di ambienti e di attitudini che si materializzano nei contributi di oltre 60 artisti di diverse generazioni. «Anticonformisti, ma allineati, discriminati, ma acclamati, i punk rappresentano un modo di vedere il mondo nichilista e cinico che, pur dando molta importanza all’estetica, non si ferma alla superficie e affronta temi politici e sociali, come la diversità sessuale, la paura del terrorismo e della crisi economica e l’anelito all’anarchia», spiega Torres.

A partire dal libro Tracce di rossetto. Una storia segreta del XX secolo (pubblicato in Italia da Odoya) in cui il giornalista e critico musicale Greil Marcus individua il germe della rabbia, dell’insofferenza e dello scetticismo dei punk nei movimenti radicali precedenti come il Cabaret Voltaire, il Dadaismo o l’Internazionale situazionista, il curatore guarda avanti, cercandolo nella creazione contemporanea. La conferma si trova nel gigantesco, luminoso «NO? FUTURE!» di Jordi Colomer che accoglie il visitatore nell’atrio dell’edificio di Richard Meier, che ha dovuto aggiungere numerose pareti per accogliere le circa cento opere selezionate e gli svariati materiali documentari.

La selezione va dai precursori come Chris Burden e Valie Export, passando per gli interpreti principali Dan Graham con «Rock my religion», Martin Kippenberg, Raymond Pettibon, Mike Kelley e Paul McCarthy, fino agli epigoni con una splendida Tracey Emin con il sesso sepolto sotto monete e banconote, il tappeto di bossoli raccolti in Guatemala dal collettivo Detext e il ponte traballante circondato da vetri rotti di Tere Recarens che bisogna percorrere correndo.

La mostra, che in autunno farà tappa nel Museo del Chopo di Città del Messico, espone diversi artisti di quel Paese, tra cui Luis Felipe Ortega con il video di una performance che condensa tutta l’angoscia vitale distillata dal punk. Due gli italiani in mostra: Chiara Fumai (Roma, 1978) con un’installazione sulla scrittrice femminista radicale statunitense Valerie Solanas e Federico Solmi (Bologna, 1973) con la trilogia «Chinese democracy», un sarcastico video di animazione sulla natura autodistruttiva dell’umanità.
Una banda di automi realizzati negli anni Ottanta con pezzi di scarto e restaurati per la mostra da Marcel.lí Antúnez, uno dei fondatori de La Fura dels Baus, congeda il visitatore con la sua cacofonia metallica assordante. Una vera esperienza punk!

Come ti dipingo le pareti

Backup” del artículo original “Come ti dipingo le pareti” publicado por Roberta Bosco el 14 ottobre 2011 en Il Giornale dell’Arte.

Madrid. Il Museo Thyssen-Bornemisza e la Fundación Caja Madrid aprono la stagione con la grande mostra che ogni anno organizzano congiuntamente: «Architetture dipinte» presenta oltre 140 opere dal Rinascimento al Settecento, in cui spiccano edifici, agglomerati urbani o rurali, ruderi e strutture architettoniche in generale. L’obiettivo della mostra, aperta dal 18 ottobre al 22 gennaio, è ripercorrere la storia e l’evoluzione di questi elementi iconografici, che in un primo momento sono usati come scenografia o complemento del soggetto principale, per diventare un genere indipendente dal XVIII secolo. Duccio di Buoninsegna, Canaletto, Guardi, Giovanni Paolo Panini, Gentile Bellini, Tintoretto, Annibale Carracci, Gaspar van Wittel, Hubert Robert, Maerten van Heemskerck e Hans Vredeman de Vries sono alcuni dei grandi nomi della pittura che si servirono del potere descrittivo dell’architettura. Infatti, dietro alla loro apparente obiettività queste città, palazzi, edifici effimeri e rovine occultano simboli, allegorie e forme di propaganda politica o religiosa molto più complessi. «Dipingere architetture significava stabilire la scena del movimento e la posizione delle figure, dotarle di un luogo spaziale e visivo verosimile, storico o mitico, reale o leggendario», spiegano i curatori della mostra Delfín Rodríguez, docente di Storia dell’arte dell’Università Complutense di Madrid, e Mar Borobia, conservatore capo di Pittura antica della Thyssen, che hanno ottenuto prestiti da collezioni private e musei di tutto il mondo, tra cui i Musei Vaticani e la National Gallery di Washington.

La rassegna, che segue un ordine cronologico e tematico allo stesso tempo, inizia nelle sale del Museo Thyssen, che accolgono la produzione compresa tra il ’300 e il ’600, quando dipingere architetture e scorci cittadini era ancora considerato un genere minore, anche se frequentemente utilizzato come sfondo di scene religiose, storiche o mitologiche. Il trionfo del genere, a partire dal Settecento, occupa le sale della Fundación Caja Madrid, con le opere dei grandi maestri di vedute, di città del Grand Tour e dei ruderi coperti di vegetazione, che affascinavano gli spiriti romantici. La situazione iniziale si è ribaltata e la scena storica o religiosa è diventata un pretesto quasi aneddotico per dipingere grandi e meravigliosi paesaggi. È l’epoca dei capricci architettonici, dove città reali e monumenti storici si mescolano con edifici fantastici e immaginari, spesso simboli o metafore di nuove idee artistiche e di messaggi iniziatici. Il percorso si chiude con un’ode visiva alla poetica delle rovine che si plasma nelle tele di Marco Ricci, Hubert Robert e Claude Joseph Vernet, e in un insieme di incisioni di Piranesi.

(Il Giornale dell’Arte numero 313, ottobre 2011)

Norman Foster vince il concorso per l’ampliamento del Prado

Backup” del artículo original “Norman Foster vince il concorso per l’ampliamento del Prado” publicado por Roberta Bosco el 28 novembre 2016 en Il Giornale dell’Arte.

Il progetto dell’architetto inglese, temporaneamente associato con il madrileno Carlos Rubio, si è imposto sugli altri sette finalisti.

Madrid. Foster + Partners e Rubio Arquitectura, gli studi capitanati dal britannico Norman Foster e dallo spagnolo Carlos Rubio, temporaneamente associati nel progetto «Traza oculta» (Traccia occulta), hanno vinto il concorso indetto dal Museo del Prado per realizzare il suo secondo grande ampliamento. Il primo fu realizzato dieci anni fa dallo spagnolo Rafael Moneo, come Foster vincitore del Pritzker Prize, il Nobel dell’architettura.

La giuria incaricata di scegliere il progetto vincitore tra gli otto studi finalisti, scelti tra 47 candidati, per ristrutturare il Salón de Reinos e annetterlo al Campus del Prado, ha deciso di non realizzare colloqui con i progettisti, ma di basarsi esclusivamente sui materiali (memoria e ricostruzioni virtuali), presentati in forma anonima. Tra gli eliminati ci sono alcuni dei grandi protagonisti dell’architettura contemporanea, come David Chipperfield, Rem Koolhaas, Eduardo Souto de Moura, Richard Gluckman, Cruz y Ortiz o Nieto y Sobejano.

Il vincitore riceve un premio di 48.400 euro e un onorario di 1.756.315 euro per la redazione del progetto esecutivo, che dovrà essere pronto in 16 mesi e la direzione delle opere, che non dovranno superare i 30 mesi.
Foster avrà a disposizione un budget di 30 milioni di euro, che potrà incrementare per imprevisti fino a un massimo del 20%. Il cantiere partirà nel 2018, quindi il Prado celebrerà il suo bicentenario nel 2019 con i lavori in corso.
Con il Salón de Reinos, sede fino al 2010 del Museo dell’Esercito e vuoto da ormai sei anni, Foster, delimiterà idealmente il Campus del museo formato dall’edificio storico di Villanueva, il Chiostro dei Geronimiti e il Casón del Buen Retiro. Tutti gli edifici saranno collegati da spazi pubblici e corridoi sotterranei. La proposta più sorprendente, anche se ha esclusivamente carattere di suggerimento, prevede la trasformazione in zona pedonale della calle Felipe IV, di modo da riunire in un’area libera dal traffico il Parco del Retiro e il Paseo del Prado.

Il progetto si propone di recuperare lo spirito originale e lo splendore barocco del palazzo, costruito intorno 1640, dove Filippo IV riceveva gli ambasciatori stranieri, circondato da capolavori come «La resa di Breda» di Velázquez. Foster intende restituire l’antico splendore anche ai grandi saloni e restaurare la facciata sud, seicentesca, così come le balconate originali. Tra le due facciate, quella del Seicento e quella dell’Ottocento, si aprirà uno spettacolare atrio di uso pubblico, che collegherà l’ala nord e quella sud con spazi espositivi e di transito. Un nuovo tetto doterà la sala del terzo piano di luce zenitale controllata e permetterà di immagazzinare energia attraverso pannelli solari integrati.
Non sarà l’unica soluzione ecologica e tutto l’edificio sarà energeticamente sostenibile. Un altro aspetto importante del progetto è la scelta di non intervenire nella zona delle cantine, evitando così i problemi con le acque sotterranee che prolungarono di quasi dieci anni la ristrutturazione del Casón del Buen Retiro.

Foster, che a Madrid possiede un palazzo nella calle Monte Esquinza, ha vasta esperienza nella ristrutturazione di musei, avendo lavorato tra gli altri per lo Smithsonian di Washington, il Museum of Fine Arts di Boston, il British Museum e l’Imperial War Museum di Londra.
Con questo nuovo ampliamento il Prado ricaverà oltre 5.700 metri quadrati utili, dei quali più di 2.500 saranno destinati a spazi espositivi. Nonostante il direttore del museo, Miguel Zugaza, abbia affermato che «per il momento il progetto si concentra sul contenitore e non sul contenuto», l’interesse per conoscere il programma museografico è enorme. È stato detto che il Salón de Reinos si trasformerà in «uno spazio espositivo alternativo di alta qualità, idoneo per presentare aspetti particolarmente rilevanti o singolari della collezione e per sviluppare un programma specifico di mostre di lunga durata, che offrano una visione trasversale dei temi fondamentali della storia e del patrimonio artistico spagnolo», ma non è stata ancora presa nessuna decisione.
Il presidente del Patronato del Prado, José Pedro Pérez-Llorca, ritiene necessario «scoprire che cosa può avere più successo», mentre per Zugaza il nuovo edificio «offre la possibilità di recuperare, permanentemente o temporaneamente, le magnifiche collezioni di pittura barocca del museo».

Le proposte degli otto finalisti saranno esposte al pubblico dal primo dicembre nel Chiostro dei Geronimiti.

Siempre nos quedará una granja

Backup” del artículo original “Siempre nos quedará una granja” publicado por Roberta Bosco y Stefano Caldana el 9 de abril de 2015 en Aquae Blog.

La granja de Koen Vanmechelen Photo Philippe van Gelooven

Parece una granja pero se trata de una sala de exposiciones. Un dromedario, un alborotado tropel de pollos con sus huevos y un cultivo de setas, son el atípico reparto que escenifica el MECC Project, el controvertido proyecto del artista conceptual Koen Vanmechelen, que el próximo mes de mayo se expondrá también en la Bienal de Venecia.

Koen Vanmechelen, Museum Het Domein, De Domijnen 03, Sittard, the Netherlands, january 2015. Photo Bert Janssens

Mientras tanto el MECC Project se presenta en This Is Not a Chicken, una exposición que ha transformado el Museum De Domijnen de Sittard (Holanda), en algo a medio camino entre un laboratorio y un jardín zoológico. Con el objetivo de convertirse en un estudio científico al mismo tiempo que artístico, la muestra se estructura como un pequeño ecosistema. Su creador prefiere definirle un círculo ecológico donde los distintos animales y las obras conceptuales que ellos representan, interactúan para dar forma a un conjunto que recuerda a la Full Farm, un célebre proyecto de arte ecológico concebido en la década de 1970 por la pareja estadounidense Newton y Helen Mayer Harrison.

“Ahora mismo en el gran vestíbulo y el patio del Museum De Domijnen se aloja un dromedario. Después de haber sido pasteurizados sus excrementos sirven como abono para un cultivo de setas que crecen en el interior del museo y que a su vez serán parte de la dieta de las gallinas Mechelse Sulmtaler” explica el artista belga Koen Vanmechelen aludiendo a sus pollos, la decimoctava generación del Cosmopolitan Chicken Project. Desde la década de 1990, Vanmechelen es internacionalmente conocido por un proyecto de cría artística de gallinas domésticas de la especie Gallus gallus, que ha desembocado en el Cosmopolitan Chicken Project. Las aves y los huevos son sus herramientas artísticas, mientras que las motivaciones de sus investigaciones giran en torno a dos temas principales: la diversidad y la identidad biocultural. Vanmechelen empezó con una gallina doméstica de la ciudad belga de Malinas (Mechelen) y con la colaboración de científicos de todo el mundo, coordinados por el investigador y genetista humano Jean-Jacques Cassiman, ha conseguido cruzar su linaje original con aves autóctonas de todos los países donde a lo largo de estos años ha presentado el Cosmopolitan Chicken Project. Con el tiempo el artista ha conseguido lo que define un “pollo cosmopolita”, que cuenta con una herencia genética enriquecida por la hibridación con ejemplares europeos, asiáticos, africanos, estadounidenses y cubanos.

Koen Vanmechelen, Museum Het Domein, De Domijnen 03, Sittard, the Netherlands, january 2015. Photo Bert Janssens

A través del Cosmopolitan Chicken Project, Vanmechelen examina fenómenos como el nacionalismo, el multiculturalismo, la diversidad biocultural, la identidad, la fertilidad y la respuesta inmune de los organismos como defensa contra las enfermedades. “Mis aves viven mucho más tiempo que las cepas mono culturales y son además más fértiles y resistentes a las enfermedades”, explica el artista que también quiere denunciar la realidad cotidiana de las grandes producciones industriales de pollos mono culturales, que se enfrentan a graves enfermedades como el reciente brote de gripe aviar en varias granjas avícolas holandesas.

 

Con el apoyo de los investigadores en virología molecular de la Universidad Gante y del Instituto de Biotecnología de Flandes, en esta muestra el artista centra su atención en el gen Mx, que proporciona una protección natural contra diversos virus, incluyendo el de la gripe aviar. “El gen Mx de pollos de monocultivo apenas demuestra cualquier actividad antiviral. Esto podría estar relacionado con la diversidad genética limitada de varias razas de pollos artificiales”, asegura Vanmechelen, subrayando como el aumento de la diversidad genética de las aves puede reforzar la actividad antiviral del gen Mx. Evidentemente los pollos se plantean como una metáfora de la humanidad y con el Cosmopolitan Chicken Project, que en 2013 ganó el Golden Nica en los prestigiosos premios del Ars Electronica Center, el artista pone de relieve la importancia de la diversidad en un mundo que está evolucionando hacia el multiculturalismo.

La granja de Koen Vanmechelen Photo by Alice Kerkhofs

Cuando no participan en un evento expositivo, los animales de Vanmechelen descansan con el artista en la ciudad holandesa de Meeuwen. Su hábitat es una amplia granja donde conviven apaciblemente unos tres mil pollos y una veintena de llamas, además de pavos reales, águilas, avestruces y dromedarios que están siendo criados en las mejores circunstancias y atendidos por profesionales especializados.

Koen Vanmechelen, Museum Het Domein, De Domijnen 03, Sittard, the Netherlands, january 2015. Photo Bert Janssens

This Is Not a Chicken en el Museum De Domijnen es una exposición comisariada por Roel Arkesteijn, que quiere llegar donde quizás no pueda la investigación científica, desarrollando un estudio comparativo sobre la resistencia de pollos, camélidos y personas, en el cual también las setas y los huevos generados en situ jugarán un papel importante. “La atención se centra ahora en la inmunidad”, indica Vanmechelen que ha comenzado a criar llamas y dromedarios, animales conocidos por sus fuertes sistemas inmunes. “Los anticuerpos de los dromedarios prometen ser un arma poderosa contra los virus, pero sus ventajas aun no pueden ser aplicadas a los seres humanos”, explica el artista, que en 2010 fue galardonado con un doctorado honoris causa por la Universidad de Hasselt.

En el laboratorio científico instalado en el interior de la muestra del Museum De Domijnen, Vanmechelen quiere llegar a mezclar el gen Mx de los pollos y de los camélidos. “This Is Not a Chicken pretende crear un diálogo con el público, ya que el contacto con estos hermosos animales te hace cuestionar nuestra relación con la naturaleza, así como el equilibrio entre la cultura y la naturaleza”, concluye el artista. Además de exhibirse en la próxima Bienal de Venecia y en la ciudad de Detroit, el MECC Project se presentará también en el marco de The Importance of Being, una exposición en Cuba que se puede considerar un adelanto de Arena de Evolución, un nuevo proyecto de Vanmechelen que se estrenará en la próxima Bienal de Habana.