“Backup” del artículo original “Il XXI secolo nel cuore di Madrid” publicado por Roberta Bosco el 28 junio 2012 en Il Giornale dell’Arte.
Madrid. Gli spettacolari Juan Gris (11 in totale) della Fundación Telefónica sono tornati a casa o, meglio, nello storico edificio della compagnia, completamente rinnovato e trasformato in museo. Dopo anni in deposito all’Ivam di Valenza e al Museo Reina Sofía di Madrid, le opere che compongono la collezione cubista della Fundación Telefónica sono ora esposte al quarto piano dell’edificio, che si affaccia sulla scenografica Gran Vía, il cuore pulsante di Madrid, che unisce i grandi musei della Castellana con le sedi del potere politico della Plaza del Sol. Una balconata offre un anticipo di ciò che attende il pubblico al terzo piano e permette quasi di toccare le misteriose felci animate appese nella sorprendente caverna viva di Philip Beesley, che tremano al contatto con gli esseri umani e fanno da ponte tra le avanguardie storiche e le avanguardie del XXI secolo. Queste sono rappresentate dalla mostra antologica che riunisce 23 delle opere premiate nelle tredici edizioni del Premio Vida dedicato all’arte realizzata con tecniche e concetti di vita artificiale. «Dalla rivoluzione industriale non c’è alcun cambiamento sociale e tecnologico della stessa portata fino alla rivoluzione digitale. L’introduzione di internet e delle nuove tecnologie nel mondo della creazione mette fine al Postmodernismo e dà inizio a una nuova avanguardia», ha affermato Francisco Serrano, presidente della Fundación Telefónica che, a differenza di altri presidenti di grandi collezioni corporative, conosce la sua nei minimi dettagli ed è un vero appassionato d’arte. Si deve a lui la creazione nel 1999 di Vida, un concorso che in questi anni è diventato un riferimento internazionale nel campo della vita artificiale applicata all’arte. Costruita tra il 1926 e il 1929 e inaugurata dalla società spagnola dei telefoni nel 1930, la sede del museo (inaugurato alla presenza del principe Felipe e della consorte Letizia) è stato il primo «grattacielo» d’Europa. La ristrutturazione recupera più di 6mila metri quadrati per l’arte, suddivisi in tre piani collegati da una spettacolare scala elicoidale in ferro e acciaio (nella foto), sicuramente l’elemento più iconico dell’edificio.
“Backup” del artículo original “A 35 anni Arco ha raggiunto la maturità” publicado por Roberta Bosco el 29 febbraio 2016 en Il Giornale dell’Arte.
La fiera madrilena chiude l’edizione 2016 tra la soddisfazione generale. L’anno prossimo il Paese invitato sarà l’Argentina
Madrid. Carlos Urroz, il quarto direttore di ArcoMadriddal 1982, anno di creazione della fiera d’arte contemporanea più importante della Spagna, è riuscito a superare gli anni più bui della crisi economica. L’edizione del 35º anniversario, che ha riunito 221 gallerie di 27 Paesi (solo il 29% spagnole), si è conclusa ieri con un unanime cum laude e circa 100mila visitatori dichiarati.
Secondo un’opinione generale Arco ha raggiunto la maturità e lo ha dimostrato con una fiera sobria, che ha bandito la provocazione, puntando su opere di alta qualità, ma friendly, opere che non richiedono la sala di un museo. Anche i prezzi sono stati più contenuti e la grande maggioranza delle proposte si è mantenuta sotto i sei zeri. La più cara, un nudo femminile di Antonio López, in vendita da Marlborough per due milioni di euro.
Per il 35º anniversario, Arco ha momentaneamente messo da parte la formula abituale e, anziché dedicare una sezione al Paese invitato, ha affidato a María Corral, la più autorevole curatrice spagnola e alla figlia Lorena, una selezione delle 35 gallerie che in questi anni hanno contribuito a forgiare il prestigio della fiera. Con questo sistema ha ottenuto la presenza di grandi nomi, assenti anche e soprattutto a causa dell’overbooking di appuntamenti internazionali, come Marion Goodman, Lisson, Kurimanzutto e Noero di Torino, unico italiano selezionato per la sezione commemorativa, con Lara Favaretto e Simon Sterling.
«Tutte le gallerie hanno fatto uno sforzo speciale per mantenersi all’altezza dei grandissimi nomi. Non mi riferisco solo all’alta qualità delle opere, ma anche al modo di esporle», indica Corral, direttrice della Biennale di Venezia 2005, riferendosi anche al fatto che molte gallerie hanno preferito presentare più opere di meno artisti e nel caso della sua sezione, battezzata con ottimismo «Immaginando altri futuri», solo due creatori per galleria.
Alto livello anche nelle abituali sezioni curate: Opening, riservata a gallerie con meno di sette anni di traiettoria, in cui ha partecipato Brand New Gallery di Milano con Graham Wilson e Solo Projects dedicata alla creazione latino americana in cui Deanesi di Trento ha presentato il lavoro dell’artista cubano Tonel.
«È una bella fiera e veniamo sempre volentieri», afferma Astuni di Bologna tra i fedelissimi di Arco, insieme a Continua con una reinterpretazione di Mark Rothko firmata da Juan Araujo, Studio Trisorio, che rappresenta da più di dieci anni l’artista catalana Eulalia Valldosera e il napoletano Alfonso Artiaco. «Ci sono cose interessanti e tanta gente, anche se i meccanismi monopolistici favoriscono le gallerie spagnole. Io per alcuni anni mi sono mosso di più nei mercati asiatici, partecipando a fiere emergenti come quella di Singapore, ma adesso sono tornato, attratto anche dalla prossima inaugurazione di Arco Lisbona», spiega Giorgio Persano che espone opere di Susy Gómez, Kounellis e Pedro Cabrita Reis. Figliol prodigo che ritorna dopo quasi dieci anni di assenza, Persano fa parte del comitato organizzatore che si incaricherà anche del primo satellite di ArcoMadrid, la nuova ArcoLisbona, che si terrà dal 26 al 29 maggio. Quest’anno riunirà solo una quarantina di gallerie, ma nasce sotto i migliori auspici ed elimina definitivamente la frustrazione residuale per aver perso parte del mercato latinoamericano con l’apertura di Art Basel Miami.
«Arco offre l’opportunità di vedere un insieme di gallerie, artisti e opere che non si trovano in nessun’altra fiera europea e continua ad essere un punto di riferimento per l’arte latinoamericana», assicura la collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che ha ricevuto uno dei Premi A, con cui Arco riconosce i collezionisti più attivi.
Come sempre la presenza di artisti italiani nelle gallerie straniere non è particolarmente abbondante, se si esclude un insieme di opere di Mario Merz nella galleria tedesca Kewenig e sporadici lavori di giovani come Rossella Biscotti (mor charpentier) e Federico Solmi (Anita Beckers).
Nonostante la reticenza di galleristi e organizzatori, il volume di affari, assicurato anche da un gruppo di 300 collezionisti e direttori di museo invitati, è stato più che soddisfacente: il Museo Reina Sofía di Madrid da solo ha speso più di 400mila euro acquistando 19 opere di 10 artistas (Ignasi Aballí, Juan Luis Moraza, María Ruido, Joan Rabascall, Dorothy Iannone, Anna Bella Geiger, Dominique Gonzalez-Foerster; Allan Sekula e Antoni Tàpies); il multimilionario Jorge Pérez ha comprato almeno 15 opere per il suo museo di Miami.
Ancora una volta gli artisti latinoamericani hanno trionfato e in generale tra gli artisti più venduti si contano Danh Vo, Pedro Cabrita Reis, Tacita Dean, Néstor Sanmiguel Diest, Ángela de la Cruz, Juan Uslé e Daniel Canogar, uno dei rari rappresentanti di un’arte tecnologica e sperimentale, che ha riscosso un grande successo con una pittura digitale che si crea a partire dalle immagini di YouTube liquefatte.
Il prossimo anno Arco tornerà al format abituale con l’Argentina come Paese invitato.
“Backup” del artículo original “Norman Foster vince il concorso per l’ampliamento del Prado” publicado por Roberta Bosco el 28 novembre 2016 en Il Giornale dell’Arte.
Il progetto dell’architetto inglese, temporaneamente associato con il madrileno Carlos Rubio, si è imposto sugli altri sette finalisti.
Madrid. Foster + Partners e Rubio Arquitectura, gli studi capitanati dal britannico Norman Foster e dallo spagnolo Carlos Rubio, temporaneamente associati nel progetto «Traza oculta» (Traccia occulta), hanno vinto il concorso indetto dal Museo del Prado per realizzare il suo secondo grande ampliamento. Il primo fu realizzato dieci anni fa dallo spagnolo Rafael Moneo, come Foster vincitore del Pritzker Prize, il Nobel dell’architettura.
La giuria incaricata di scegliere il progetto vincitore tra gli otto studi finalisti, scelti tra 47 candidati, per ristrutturare il Salón de Reinos e annetterlo al Campus del Prado, ha deciso di non realizzare colloqui con i progettisti, ma di basarsi esclusivamente sui materiali (memoria e ricostruzioni virtuali), presentati in forma anonima. Tra gli eliminati ci sono alcuni dei grandi protagonisti dell’architettura contemporanea, come David Chipperfield, Rem Koolhaas, Eduardo Souto de Moura, Richard Gluckman, Cruz y Ortiz o Nieto y Sobejano.
Il vincitore riceve un premio di 48.400 euro e un onorario di 1.756.315 euro per la redazione del progetto esecutivo, che dovrà essere pronto in 16 mesi e la direzione delle opere, che non dovranno superare i 30 mesi.
Foster avrà a disposizione un budget di 30 milioni di euro, che potrà incrementare per imprevisti fino a un massimo del 20%. Il cantiere partirà nel 2018, quindi il Prado celebrerà il suo bicentenario nel 2019 con i lavori in corso.
Con il Salón de Reinos, sede fino al 2010 del Museo dell’Esercito e vuoto da ormai sei anni, Foster, delimiterà idealmente il Campus del museo formato dall’edificio storico di Villanueva, il Chiostro dei Geronimiti e il Casón del Buen Retiro. Tutti gli edifici saranno collegati da spazi pubblici e corridoi sotterranei. La proposta più sorprendente, anche se ha esclusivamente carattere di suggerimento, prevede la trasformazione in zona pedonale della calle Felipe IV, di modo da riunire in un’area libera dal traffico il Parco del Retiro e il Paseo del Prado.
Il progetto si propone di recuperare lo spirito originale e lo splendore barocco del palazzo, costruito intorno 1640, dove Filippo IV riceveva gli ambasciatori stranieri, circondato da capolavori come «La resa di Breda» di Velázquez. Foster intende restituire l’antico splendore anche ai grandi saloni e restaurare la facciata sud, seicentesca, così come le balconate originali. Tra le due facciate, quella del Seicento e quella dell’Ottocento, si aprirà uno spettacolare atrio di uso pubblico, che collegherà l’ala nord e quella sud con spazi espositivi e di transito. Un nuovo tetto doterà la sala del terzo piano di luce zenitale controllata e permetterà di immagazzinare energia attraverso pannelli solari integrati.
Non sarà l’unica soluzione ecologica e tutto l’edificio sarà energeticamente sostenibile. Un altro aspetto importante del progetto è la scelta di non intervenire nella zona delle cantine, evitando così i problemi con le acque sotterranee che prolungarono di quasi dieci anni la ristrutturazione del Casón del Buen Retiro.
Foster, che a Madrid possiede un palazzo nella calle Monte Esquinza, ha vasta esperienza nella ristrutturazione di musei, avendo lavorato tra gli altri per lo Smithsonian di Washington, il Museum of Fine Arts di Boston, il British Museum e l’Imperial War Museum di Londra.
Con questo nuovo ampliamento il Prado ricaverà oltre 5.700 metri quadrati utili, dei quali più di 2.500 saranno destinati a spazi espositivi. Nonostante il direttore del museo, Miguel Zugaza, abbia affermato che «per il momento il progetto si concentra sul contenitore e non sul contenuto», l’interesse per conoscere il programma museografico è enorme. È stato detto che il Salón de Reinos si trasformerà in «uno spazio espositivo alternativo di alta qualità, idoneo per presentare aspetti particolarmente rilevanti o singolari della collezione e per sviluppare un programma specifico di mostre di lunga durata, che offrano una visione trasversale dei temi fondamentali della storia e del patrimonio artistico spagnolo», ma non è stata ancora presa nessuna decisione.
Il presidente del Patronato del Prado, José Pedro Pérez-Llorca, ritiene necessario «scoprire che cosa può avere più successo», mentre per Zugaza il nuovo edificio «offre la possibilità di recuperare, permanentemente o temporaneamente, le magnifiche collezioni di pittura barocca del museo».
Le proposte degli otto finalisti saranno esposte al pubblico dal primo dicembre nel Chiostro dei Geronimiti.
Topografías de las memorias es una instalación surgida del diálogo entre Mayoral de acero: destajo de Sandra Rengifo con la colaboración de Kostas Tsanakas y Maqueta entrenada de Roc Parés, con la curaduría de Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch.
Horarios
De martes a viernes de de 17.00 a 20.00 horas
Sábados de 10.00 a 13.00 horas
Inauguración
– Jueves 24 de octubre (Barcelona) 19.00 horas
con los artistas Roc Parés y Sandra Rengifo, y los comisarios Roberta Bosco y
Fernando Cuevas Ulitzsch (19 horas Fundació Lluís Coromina)
– Domingo 27 de octubre 12.00 horas Visita comentada acompañada por artistas y comisarios de la exposición “Topografías de las memorias” a cargo de los comisarios Roberta Bosco, Fernando Cuevas Ulitzsch, los artistas Sandra Rengifo, Roc Parés y Kostas Tsanakas.
– Miércoles 30 de octubre 12.00 horas
Visita a la exposición Topografías de las memorias en la Fundació Lluís Coromina con la presencia de los artistas Roc Parés, Sandra Rengifo, Kostas Tsanakas y los comisarios Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch.
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TOPOGRAFÍAS DE LAS MEMORIAS
por Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch
Como en un viaje de ida y vuelta, dos artistas Roc Parés y Sandra Rengifo, separados por un océano y unidos por una imparable conexión mental, se juntan para crear dos obras inéditas a partir de propuestas ya presentes (o latentes).
La primera Geopoieisis: derivas y confluencias en las imaginerías electrónicas, que se presentó en el Centro Nacional de las Artes de Bogotá, en el marco del Festival de la Imagen, arrancaba a partir de la performance audiovisual Deriva360 de Roc Parés y se formalizó en el encuentro con AtmoSphaira de Sandra Rengifo.
La segunda Topografías de las memorias, que se presentará en el Espai Isern Dalmau de la Fundació Lluís Coromina durante el festival Panoràmic, parte del proyecto fotográfico, pictórico e instalativo Mayoral de acero: destajo, de Sandra Rengifo en colaboración con Kostas Tsanakas y se plasma a través del diálogo con la instalación interactiva Maqueta entrenada de Roc Parés.
Mayoral de acero: destajo explora el silencio y la pérdida, abraza visualmente seres, máquinas y naturaleza. Sus imágenes hablan de cuerpos que cargan peso y gravedad, de una revolución que se quedó a medio camino, de caña crecida en la sangre de los silenciados que la cultivan, de la normalidad que gente muera por sindicalizarse, de niños que a falta de luz aprendieron a crear música, de la nostalgia de guardias de noche y viejos ferroviarios, del hombre sin tierra que llega a ser tierra sin hombre, de campanarios que no fueron edificados para ser iglesias, de esclavos subyugados y latigados por el ferrocarril que ellos mismos construyeron.
En la propuesta de Roc Parés, el Caribe toma forma tridimensional en una instalación interactiva que plantea las idiosincrasias y estereotipos en que basamos nuestros relatos. Maqueta entrenada despliega la típica iconografía caribeña en una maqueta ferroviaria antigua, dotada de recursos tecnológicos contemporáneos, como una cámara de vídeo incrustada en la vieja locomotora que trasmite las imágenes de su recorrido a una computadora entrenada, de allí el nombre, para detectar los elementos de la escenas en tiempo real. La chimenea del ingenio, los vagones repletos de caña de azúcar, los bohíos, las matas de tabaco y la inquietante dualidad de los personajes, esclavos agotados o cimarrones en busca de libertad, campesinos con machetes y señoritos con vestimentas europeas del siglo XIX, conforman un paisaje que el visitante puede modificar, desplazando los objetos de la maqueta. Cada elemento además está asociado a un sonido, de modo que con sus intervenciones el público puede reconfigurar tanto el panorama visual como sonoro.
Estas dos miradas condensan el planteamiento de un proyecto coral, dialogado y empático que ha contado durante todo el proceso con la curaduría compartida de Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch, un proyecto que ha dado lugar a dos obras inéditas y se ha materializado a través de un diálogo increíblemente fluido y vital, que ha ido mucho más allá de la propia producción de las piezas.
Ambas obras hablan de territorio y paisaje y de quienes lo habitan, de nuestra forma como seres humanos de vivirlo, disfrutarlo, pero también violentarlo. A través de imágenes, sonidos, olores y las historias de las personas cuyas voces han sido silenciadas, las dos obras hablan de memoria y pérdida, de ideales y decepciones, de cómo elementos sencillos casi nimios en el conjunto de la realidad de pronto pueden cobrar una importancia decisiva. Son aquellos hechos, situaciones o emociones, que de tan habituales ya pasan desapercibidos, pese a su significación intrínseca. Y así, siguiendo los raíles de un tren (tren de esclavos, tren de juguete, tren de señores y tren de trabajadores) se habla también de representación y de la importancia de representar y contar las historias desde otras perspectivas, para que las generaciones siguientes sepan que la verdad tiene muchas caras y la mentira aún más.
«Mayoral de acero: destajo» de Sandra Rengifo y Kostas Tsanakas
Roc Parés (www.roc-pares.net) (www.instagram.com/mentalrural)
Roc Parés Burguès (Ciudad de México, 1968) es artista investigador en comunicación interactiva. Comprometido con una cultura interdisciplinaria, que defiende por su potencial emancipador, ha explorado las intersecciones entre arte, ciencia, tecnología y sociedad. Su experimentación poética y crítica con los medios digitales se ha expuesto y publicado internacionalmente. Es doctor en Comunicación Audiovisual (UPF) y licenciado en Bellas Artes (UB). Asimismo, es creador artístico honorífico del Sistema Nacional de Creadores de Arte de FONCA (México).
Sandra Rengifo (www.instagram.com/oldnewflesh)
Sandra Rengifo (Bogotá 1979) artista plástica de la Academia Superior de Artes de Bogotá y Magíster en Artes Visuales de la Universidad Nacional de Colombia..
Actualment exerceix com a docent de la Actualmente se desempeña como docente de la Pontificia Universidad Javeriana de Colombia, la Universidad Jorge Tadeo Lozano y la Universidad de los Andes,así como Directora de Arte para danza, videos y largometrajes. Del mismo modo, ha realizado diseños museográficos, videoclips y proyectos curatoriales para diversos artistas y entidades nacionales e internacionales. Su trabajo como artista audiovisual, fotógrafa y pintora ha sido expuesto en varios espacios y eventos como el Museo de Arte Moderno MAMBO, Museo de Arte Moderno de Medellín MAMM, Museo de Arte Contemporáneo de Bogotá, Museo La Tertulia en Cali, Cinemateca Distrital de Bogotá, el MAMU en Bogotá, el Festival de Cine L’ alternativa de Barcelona, Danish Film Institute, Festival del cine Panorama Colombia Berlín, Bienal de Artes Mediales en Alemania Anhydrite, entre otros.
Ganadora del Premio Nuevos Nombres Jóvenes Talentos de la Alianza Francesa 2010, Premio Arte Cámara 2015 y Premio de Creación Artista de Trayectoria Intermedia del Ministerio de Cultura de Colombia 2017, entre otras menciones de honor.
Kostas Tsanakas (www.instagram.com/kostas_tsanakas) Kostas Tsanakas (Atenas, 1972) es fotógrafo radicado en Berlín. Creció en una ciudad pequeña, flagelada por el viento del norte y un conflicto étnico de baja intensidad. Un día en la playa con cámara en mano, su papá le mostró qué era un diafragma y qué era un fragmento de tiempo. Estudió pedagogía social en Alemania, filología árabe y ciencias islámicas en España, ciencias políticas en el Reino Unido, la República Checa y España, e interpretación de conferencias en Grecia. Trabajó como asistente social, profesor de alemán, traductor e intérprete simultáneo, selector de música y barman. Sus fotos han sido expuestas en varios eventos en Alemania, Colombia, España, Estados Unidos, Grecia y Macedonia del Norte.
Roberta Bosco (https://arteedadsilicio.com) (www.instagram.com/_roberta.bosco_)
Roberta Bosco es una periodista, comisaria de exposiciones, investigadora y docente, especializada en arte contemporáneo, arte electrónico y cultura digital. Desde 1998 escribe en el diario El País, donde durante 12 años tuvo una sección semanal sobre arte y nuevas tecnologías. Es corresponsal desde España de Il Giornale dell’Arte, la principal revista de arte italiana y colabora en numerosas publicaciones. Ha comisariado diversas exposiciones de arte digital en varias instituciones y museos (CCCB, Macba, DHub, Arts Santa Mònica, ARCOmadrid) y formado parte de numerosos jurados. Entre sus proyectos destacan: la exposición Orígenes en el marco de ISEA 2022, el 27° International Symposium on Electronic Art, en Barcelona; Faces. Un diálogo entre la Colección Es Baluard y la Colección BEEP de Arte Electrónico en Es Baluard de Palma de Mallorca; la exposición expandida e itinerante Donkijote.org en Laboral Centro de Arte y Creación Industrial de Gijón y Conexión Remota en el Museo de Arte Contemporáneo de Barcelona (Macba), la primera exposición de net.art en un museo español.
Fernando Cuevas Ulitzsch (www.instagram.com/fcuevasu74)
Fernando Cuevas Ulitzsch Es gestor cultural, curador y creador, experto en conectar la expresión estética de la experiencia humana con múltiples audiencias. Como generador de audiencias y comunidades, su experiencia en programación musical, curaduría (musical y plástica), comunicación estratégica y circulación con comunidades académicas y espacios y audiencias artísticas, le han permitido liderar exitosamente procesos de: relanzamiento de espacios e iniciativas culturales, diseño, gestión y ejecución de programación artística, musical y cultural, visibilidad comunicativa y relaciones interinstitucionales.
A lo largo de su experiencia profesional, desarrolleó y expuso continuamente su trabajo artístico personal (fotografía, dibujo, escritura, escultura e instalación), el cual ha sido presentado con gran éxito en numerosas Galerías, Centros Culturales, Museos y universidades de Colombia y Europa, en más de 29 exposiciones individuales y colectivas. Sus 26 años de trabajo especializado pueden poner mucho razonamiento en una experiencia estética, pero la alegría de una comunidad, como la colombiana, al descubrir nuevas piezas sinfónicas jóvenes y vibrantes, o las profundidades de un arte legado y olvidado, es lo que le impulsa e invita a crecer y perseguir nuevos desafíos.
«Topografías de las memorias» – Las noticias más destacadas en la PRENSA
Bonart Derives en temps de geolocalització (Article en edició PDF – Bonart num. 200 – Sept 2024 / Feb 2025) por Roberta Bosco
Gracies a la col·laboració entre el Festival Panoramic de Granollers i Barcelona i el Festival de la Imatge de Manizales i Bogotà, un dels més longeus i prestigiosos de l’América Llatina, dos artistes, Roc Parés i Sandra Rengifo. i dos comissaris, Roberta Bosco i Fernando Cuevas Ulitzsch de Catalunya i Colombia, es van ajuntar per crear dos projectes.
El Punt Avui Un viatge artístic aliat catalanocolombià (11-12-2024)
Un telèfon mòbil amb una càmera de 360 graus lligat a un pom de globus inflats amb heli va ser l’inici, el maig passat, d’un projecte artístic d’alta volada pensat i fet en una aliança catalanocolombiana. El dispositiu, de rumb impredictible i amb destí al desconegut, va retransmetre en directe les imatges esfèriques des de Colòmbia estant, complint el desig del seu creador, l’artista català Roc Parés, de propagar el missatge que el cel és un terreny fèrtil per a la imaginació…
RNE Escribano Palustre
Entrevista para Escribano Palustre de Radio Nacional de España con Sandra Rengifo y Roberta Bosco. (03 -11-2024)
RNE Radio 4
Topografias de las memorias RNE Serveis informatius Radio 4 Migdia (01-11-2024)
Exibart Sandra Rengifo y Roc Parés presentan ‘Topografías de las memorias’, en Fundació Lluís Coromina (Barcelona) (28-10-2024)
La simulació d’una vella locomotora de vapor feta a petita escala fa voltes una vegada i una altra a l’Espai Isern Dalmau de la Fundació Coromina. La instal·lació interactiva Maqueta entrenada de l’artista Roc Parés comprèn, a través d’una contraposició entre la maqueta ferroviària, la tecnologia, la sonoritat i la iconologia, una complexa i profunda reflexió al voltant dels estereotips en què basem els nostres relats i les violències provocades per la indústria de la canya de sucre i de tabac.
Bonart Topografías de las memorias’ y las historias silenciadas (25-10-2024) por Maria Roca-Sastre
El Espacio Isern Dalmau de la Fundación Lluís Coromina acoge la exposición ‘Topografías de las memorias’, inaugurando al mismo tiempo la programación del festival Panorámico 2024 en Barcelona, después de inaugurar varias exposiciones en Granollers hace unas semanas.
Esta muestra, abierta hasta el 4 de enero, reúne las visiones creativas de Roc Parés y Sandra Rengifo , y ofrece un diálogo entre sus obras bajo la curaduría de Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch.
Nuvol El Panoràmic i els escenaris del món contemporani (25-10-2024) por Maria Roca-Sastre
La simulació d’una vella locomotora de vapor feta a petita escala fa voltes una vegada i una altra a l’Espai Isern Dalmau de la Fundació Coromina. La instal·lació interactiva Maqueta entrenada de l’artista Roc Parés comprèn, a través d’una contraposició entre la maqueta ferroviària, la tecnologia, la sonoritat i la iconologia, una complexa i profunda reflexió al voltant dels estereotips en què basem els nostres relats i les violències provocades per la indústria de la canya de sucre i de tabac.
La Vanguardia El festival Panoràmic posa el focus en “l’explotació i aniquilació” de l’Amèrica Llatina durant la Revolució Industrial (24-10-2024)
El festival Panoràmic ha presentat aquest dijous la instal·lació inèdita de Roc Parés, Sandra Rengifo i la col·laboració Kostas Tsanakas que es podrà veure fins al 4 de gener a la Fundació Lluís Coromina – Espai Isern Dalmau de Barcelona. Sota el títol ‘Topografías de las memorias’ es tracta d’una exposició amb fotografia, vídeo i una maqueta de tren que posa el focus en aquella població de l’Amèrica Llatina que va ser “explotada”, “aniquilada” i utilitzada com a força de treball pel cultiu de la canya de sucre i la creació de vies ferroviàries durant la Revolució Industrial.
LaRepública El festival Panoràmic posa el focus en “l’explotació i aniquilació” de l’Amèrica Llatina durant la Revolució Industrial (24-10-2024)
El festival Panoràmic ha presentat aquest dijous la instal·lació inèdita de Roc Parés, Sandra Rengifo i la col·laboració Kostas Tsanakas que es podrà veure fins al 4 de gener a la Fundació Lluís Coromina – Espai Isern Dalmau de Barcelona. Sota el títol ‘Topografías de las memorias’ es tracta d’una exposició amb fotografia, vídeo i una maqueta de tren que posa el focus en aquella població de l’Amèrica Llatina que va ser “explotada”, “aniquilada” i utilitzada com a força de treball pel cultiu de la canya de sucre i la creació de vies ferroviàries durant la Revolució Industrial. El treball se submergeix en les conseqüències en zones on persones han quedat atrapades després que s’hagi alterat les formes de vida originals pel benefici d’altres.
Deriva360 utiliza un celular con cámara de 360 grados, para generar imágenes y sonidos fuera de control. Dicho dispositivo vuela por el cielo de Colombia, llevado a la deriva por un hatajo de globos inflados con helio. Se trata de una pieza en clave poética que reivindica el cielo como espacio para la imaginación. El proyecto consta de dos fases: una performance audiovisual participativa que acontece en tiempo real y una instalación audiovisual que prolonga la experiencia de la acción en el tiempo.
En el marco del Festival Internacional de la Imagen de Manizales y Bogotá, uno de los más longevos y prestigiosos de América Latina, Deriva360 se presentará en diálogo con AtmoSphaira, un proyecto audiovisual de Sandra Rengifo (@oldnewflesh), comisariado por Fernando Cuevas Ulitzsch (@fcuevasu74), en la exposición conjunta: GEO-POIESIS: derivas y confluencias en las imaginerías electrónicas.
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En octubre la instalación se expondrá en Festival Panoramic de Granollers.
El 6 de mayo, día inaugural del simposio internacional del Festival de la Imagen en Manizales tendrá lugar una charla entre Sandra Rengifo, Roc Parés, Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch, titulada: Geo-poesis: derivas y confluencias en las imaginerías electrónicas. Diálogo y experimentación compartida entre Cataluña y Colombia.
El conversatorio será precedido por una intervención de Felipe Cesar Londoño, director del Festival de la Imagen de Manizales y Bogotá y Laia Casanova, codirectora del Festival Panoramic de Granollers (Barcelona), que hablarán sobre la enriquecedora colaboración entre las dos manifestaciones y entre Colombia y Cataluña.
Seminario Internacional: Geo-poesis: derivas y confluencias en las imaginerías electrónicas. Diálogo y experimentación compartida entre Cataluña y Colombia. Fecha: Lunes, 6 de mayo
Hora: 3:30 pm – 5:00 pm
Lugar: Manizales – Sala Fundadores – CCC Teatro Los Fundadores – Carrera 22 con calle 33
Exhibición: GEO-POIESIS: derivas y confluencias en las imaginerías electrónicas. Instalación conjunta entre AtmoSphaira, de Sandra Rengifo y Deriva360, de Roc Parés. Inauguración: Viernes, 10 de mayo
Hora: 6:00 pm
Lugar: Bogotá – Centro Nacional de las Artes – Sala Fanny Mikey – Calle 11 # 5-60
Créditos:
Deriva360 es un proyecto de Roc Parés – CV AtmoSphaira es un proyecto de Sandra Rengifo Comisariado: Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch
Textos:
«Roc Parés y la poética del movimiento» por Roberta Bosco (PDFCastellano)
«Cuerpos errantes». Reflexiones sobre AtmoSphaira de Sandra Rengifo por Fernando Cuevas Ulitzsch (PDFCastellano).
Performance: Deriva360 de Roc Parés
Fecha: Viernes, 3 de mayo
Hora: 10:00 am
Lugar: Bogotá – Terraza Rectoría | Proyección en Auditorio Fabio Lozano – Carrera 4 #22-61
La performance Deriva360 se materializa en el lanzamiento de un dispositivo móvil (celular + cámara 360º) que retransmite en directo su viaje propulsado por un manojo de globos llenos de helio, que lo arrastran inexorablemente hacia lo desconocido. El público puede participar en las fases del lanzamiento y también seguir en tiempo real desde otras localizaciones, el impredecible merodear del curioso artefacto, gracias a un sistema GPS. Este viaje prolongará su vida en una instalación audio visual que se mantendrá activa y visitable durante todos los días del festival.
La acción que tendrá lugar en Colombia, se desplegará desde Manizales y podrá seguirse en vivo también desde una sala de exposiciones en Bogotá y desde cualquier parte del mundo a través de la web. Deriva360, que se estructura como un proyecto en proceso, tuvo unos significativos antecedentes en las acciones que se llevaron a cabo en el Centro Cultural de España en México, en el MIT de Massachusetts o en la Universidad de París. En Colombia se materializará en una acción geo-poiesica, que plasma la intersección entre la geografía del territorio y la imaginación del artista, mediante hilos narrativos, cuyo desarrollo temporal será invertido. Es la primera vez que la acción se realiza con un dispositivo capaz de captar imágenes de 360º y la participación activa del público.
Deriva360 es una acción poética que plantea la construcción de subjetividades virtuales y remotas que amplían la experiencia del mundo fuera de nuestros cuerpos. Nos habla del despertar de la consciencia crítica y participativa y nos invita a pensar desde donde miramos, es decir desde qué perspectiva contemplamos la realidad y también la obra de arte en la era de la imagen digital e inmaterial. Este ejercicio de cuestionamiento afecta todos los aspectos de la realidad, cuya percepción suele ser mediada no solo por los sentidos, sino por nuestras experiencias, conocimientos, contextos y demás circunstancias sociales y personales.
Deriva360 Concepto: Esta propuesta para el Festival Internacional de la Imagen de Colombia se titula Deriva360 y conecta con el enunciado de la GEO-POIESIS: Intersección entre la geografía y la imaginación humana. El proyecto plantea la construcción de subjetividades virtuales y remotas que amplían la experiencia del mundo fuera de nuestros cuerpos. Se trata de una pieza site-specific para Colombia y podrá seguirse desde cualquier parte del mundo a través de un navegador web.
Deriva360 Procedimiento: En un espacio al aire libre en Bogotá, se convoca al público en horario diurno a participar en la acción Deriva360. El artista mexicano-catalán Roc Parés dará la bienvenida y pedirá la colaboración del público para inflar un centenar de globos de fiesta con helio y atar cada uno con una cinta. Una vez inflados y atados todos los globos, Roc Parés activará una aplicación de transmisión en tiempo real en un celular con cámara de 360 grados, lo amarrará al hatajo de globos y lo soltará. Tanto el público local como el público remoto podrán seguir en vivo el punto de vista errático surcando el cielo de Colombia.
Lugar y fecha: Viernes 03/05 (hora por definir) se realizará la acción Deriva360 desde la terraza del Módulo 2 de la Universidad Jorge Tadeo Lozano. En el momento en el que perdamos de vista los globos, bajaremos al Auditorio Fabio Lozano para seguir la transmisión en vivo.
EL TEMPS DE LES ARTS Roc Parés reivindica el cel com a espai per a la imaginació (07 Mayo 2024) por Ariadna Mas Vall
Catalunya és el territori convidat a la 23a edició del mític Festival de la Imatge de Manizales-Bogotà (Colòmbia), on l’artista Roc Parés acaba de presentar el projecte “Deriva360″ en col·laboració amb l’artista colombiana Sandra Rengifo. Una proposta comissariada per Roberta Bosco i Fernando Cuevas Ulitzsch que convida a la participació i a una profunda reflexió entorn les diferents perspectives i mirades d’una realitat múltiple i canviant en l’era de la imatge.
Cita el próximo 28 de septiembre 2023 a las 12:00 horas en el Auditorio del Museo Nacional Thyssen Bornemisza con Roberta Bosco y otros invitados para la presentación de «EN MANOS DE MUJERES«, un estudio sobre la visibilidad internacional del arte español contemporáneo a través de las mujeres que lo generan. El proyecto subvencionado con la ayuda del Ministerio de Cultura y Deporte (convocatoria 2022), cuenta con la colaboración del Museo Nacional Thyssen Bornemisza, el Instituto Cervantes y la asociación Mujeres en las Artes Visuales (MAV).
En el estudio Roberta Bosco participa con el texto «Techsplaining. La presencia de las mujeres en las artes electrónicas y digitales«. Estudio completo adjunto disponible para su descarga.
Especialistas participantes: Mercedes Roldán -subdirectora General de Museos Estatales-, Guillermo Solana – director del museo Thyssen Bornemisza-, Manuel Segade -director del Museo Nacional Reina Sofía-, Gabriel Planella Doménech -director de Programación de Acción Cultural Española-. Analistas: Roberta Bosco, EL PAÍS -Cultura, Catalunya, corresponsal desde España de Il Giornale dell’Arte; Rocío de la Villa, catedrática de Estética y Teoría del Arte, dirige la revista en línea M-arteyculturavisual; Semíramis González, Historiadora del Arte, comisaria independiente; Julieta Rafecas, historiadora del arte, gestora cultural y artística, docente en la Universidad Nebrija; y Juan Curto, galerista en Camara Oscura. Coordinadora y directora del proyecto: Mareta Espinosa. Y Adrián Piera, presidente del IAC.
“Backup” del artículo original “Siempre nos quedará una granja” publicado por Roberta Bosco y Stefano Caldana el 9 de abril de 2015 en Aquae Blog.
La granja de Koen Vanmechelen Photo Philippe van Gelooven
Parece una granja pero se trata de una sala de exposiciones. Un dromedario, un alborotado tropel de pollos con sus huevos y un cultivo de setas, son el atípico reparto que escenifica el MECC Project, el controvertido proyecto del artista conceptual Koen Vanmechelen, que el próximo mes de mayo se expondrá también en la Bienal de Venecia.
Koen Vanmechelen, Museum Het Domein, De Domijnen 03, Sittard, the Netherlands, january 2015. Photo Bert Janssens
Mientras tanto el MECC Project se presenta en This Is Not a Chicken, una exposición que ha transformado el Museum De Domijnen de Sittard (Holanda), en algo a medio camino entre un laboratorio y un jardín zoológico. Con el objetivo de convertirse en un estudio científico al mismo tiempo que artístico, la muestra se estructura como un pequeño ecosistema. Su creador prefiere definirle un círculo ecológico donde los distintos animales y las obras conceptuales que ellos representan, interactúan para dar forma a un conjunto que recuerda a la Full Farm, un célebre proyecto de arte ecológico concebido en la década de 1970 por la pareja estadounidense Newton y Helen Mayer Harrison.
“Ahora mismo en el gran vestíbulo y el patio del Museum De Domijnen se aloja un dromedario. Después de haber sido pasteurizados sus excrementos sirven como abono para un cultivo de setas que crecen en el interior del museo y que a su vez serán parte de la dieta de las gallinas Mechelse Sulmtaler” explica el artista belga Koen Vanmechelen aludiendo a sus pollos, la decimoctava generación del Cosmopolitan Chicken Project. Desde la década de 1990, Vanmechelen es internacionalmente conocido por un proyecto de cría artística de gallinas domésticas de la especie Gallus gallus, que ha desembocado en el Cosmopolitan Chicken Project. Las aves y los huevos son sus herramientas artísticas, mientras que las motivaciones de sus investigaciones giran en torno a dos temas principales: la diversidad y la identidad biocultural. Vanmechelen empezó con una gallina doméstica de la ciudad belga de Malinas (Mechelen) y con la colaboración de científicos de todo el mundo, coordinados por el investigador y genetista humano Jean-Jacques Cassiman, ha conseguido cruzar su linaje original con aves autóctonas de todos los países donde a lo largo de estos años ha presentado el Cosmopolitan Chicken Project. Con el tiempo el artista ha conseguido lo que define un “pollo cosmopolita”, que cuenta con una herencia genética enriquecida por la hibridación con ejemplares europeos, asiáticos, africanos, estadounidenses y cubanos.
Koen Vanmechelen, Museum Het Domein, De Domijnen 03, Sittard, the Netherlands, january 2015. Photo Bert Janssens
A través del Cosmopolitan Chicken Project, Vanmechelen examina fenómenos como el nacionalismo, el multiculturalismo, la diversidad biocultural, la identidad, la fertilidad y la respuesta inmune de los organismos como defensa contra las enfermedades. “Mis aves viven mucho más tiempo que las cepas mono culturales y son además más fértiles y resistentes a las enfermedades”, explica el artista que también quiere denunciar la realidad cotidiana de las grandes producciones industriales de pollos mono culturales, que se enfrentan a graves enfermedades como el reciente brote de gripe aviar en varias granjas avícolas holandesas.
Con el apoyo de los investigadores en virología molecular de la Universidad Gante y del Instituto de Biotecnología de Flandes, en esta muestra el artista centra su atención en el gen Mx, que proporciona una protección natural contra diversos virus, incluyendo el de la gripe aviar. “El gen Mx de pollos de monocultivo apenas demuestra cualquier actividad antiviral. Esto podría estar relacionado con la diversidad genética limitada de varias razas de pollos artificiales”, asegura Vanmechelen, subrayando como el aumento de la diversidad genética de las aves puede reforzar la actividad antiviral del gen Mx. Evidentemente los pollos se plantean como una metáfora de la humanidad y con el Cosmopolitan Chicken Project, que en 2013 ganó el Golden Nica en los prestigiosos premios del Ars Electronica Center, el artista pone de relieve la importancia de la diversidad en un mundo que está evolucionando hacia el multiculturalismo.
La granja de Koen Vanmechelen Photo by Alice Kerkhofs
Cuando no participan en un evento expositivo, los animales de Vanmechelen descansan con el artista en la ciudad holandesa de Meeuwen. Su hábitat es una amplia granja donde conviven apaciblemente unos tres mil pollos y una veintena de llamas, además de pavos reales, águilas, avestruces y dromedarios que están siendo criados en las mejores circunstancias y atendidos por profesionales especializados.
Koen Vanmechelen, Museum Het Domein, De Domijnen 03, Sittard, the Netherlands, january 2015. Photo Bert Janssens
This Is Not a Chicken en el Museum De Domijnen es una exposición comisariada por Roel Arkesteijn, que quiere llegar donde quizás no pueda la investigación científica, desarrollando un estudio comparativo sobre la resistencia de pollos, camélidos y personas, en el cual también las setas y los huevos generados en situ jugarán un papel importante. “La atención se centra ahora en la inmunidad”, indica Vanmechelen que ha comenzado a criar llamas y dromedarios, animales conocidos por sus fuertes sistemas inmunes. “Los anticuerpos de los dromedarios prometen ser un arma poderosa contra los virus, pero sus ventajas aun no pueden ser aplicadas a los seres humanos”, explica el artista, que en 2010 fue galardonado con un doctorado honoris causa por la Universidad de Hasselt.
En el laboratorio científico instalado en el interior de la muestra del Museum De Domijnen, Vanmechelen quiere llegar a mezclar el gen Mx de los pollos y de los camélidos. “This Is Not a Chicken pretende crear un diálogo con el público, ya que el contacto con estos hermosos animales te hace cuestionar nuestra relación con la naturaleza, así como el equilibrio entre la cultura y la naturaleza”, concluye el artista. Además de exhibirse en la próxima Bienal de Venecia y en la ciudad de Detroit, el MECC Project se presentará también en el marco de The Importance of Being, una exposición en Cuba que se puede considerar un adelanto de Arena de Evolución,un nuevo proyecto de Vanmechelen que se estrenará en la próxima Bienal de Habana.
Tras la inauguración de la exposición «Mark Amerika. Remixing Reality. 1993-2023» en la Galería Marlborough de Barcelona, el artista norteamericano visitará el auditorio de CASA SEAT para conversar sobre su dilatada trayectoria explorando las posibilidades de la Red para crear y exponer piezas artísticas.
La periodista Roberta Bosco conversará con Mark Amerika sobre sus inicios en el Net.art, del que se le considera un pionero, y la evolución desde sus primeras creaciones basadas en hipervínculos hasta las últimas, en las que se vale de la inteligencia artificial y de los NFTs. El artista norteamericano, que también es teórico y profesor de Arte en la Universidad de Colorado, reflexionará sobre de qué modo Internet ha ampliado las posibilidades de los creadores y de los espectadores, así como su efecto sobre el mercado.
“Backup” del artículo original “Ecología de la descontaminación” publicado por Roberta Bosco y Stefano Caldana el 25 de febrero de 2015 en Aquae Blog.
Cecilia Jonsson – The Iron Ring. Photo courtesy Cecilia Jonsson
Tanta ciencia, investigaciones e ingeniería para restablecer el medioambiente y sin embargo nuestro mundo está cada día peor. ¿Y si los ecosistemas se pudieran salvar trabajando directamente con la naturaleza?
Eso es lo que plantea el proyecto The Iron Ring, en inglés el anillo de hierro, que la artista noruega Cecilia Jonsson ha forjado artesanalmente en las riberas ácidas del río Tinto en España.
The Iron Ring es un proyecto artístico y al mismo tiempo una investigación científica, desarrollada entre el centro V2_ Institute for the Unstable Media de Rotterdam (Holanda) y el sur de Andalucía, que propone utilizar la Imperata cylindrica, una planta comúnmente conocida como cisca o carrizo, para extraer los metales y contribuir a la recuperación de los terrenos contaminados por la actividad minera. Este proceso se conoce genéricamente como biorremediación o fitorremediación, términos que definen el empleo de microorganismos y plantas en las tareas de descontaminación y regeneración de suelos contaminados, aunque en el caso del río Tinto estudios recientes apuntan a qué la acidez de sus aguas depende también de causas geológicas.
La cisca (Imperata cylindrica) es una herbácea perenne, perteneciente a la familia de las poáceas, considerada una especie invasora y dañina para los cultivos, que curiosamente ha demostrado aclimatarse especialmente bien en los suelos tóxicos de los clausurados yacimientos mineros del río Tinto. Esta planta reacciona como una hiperacumuladora de hierro es decir, no sólo tolera la presencia del metal, sino que lo extrae de la tierra y conserva en grandes concentraciones en el interior de sus raíces y hojas. Jonsson cosechó unos 24 kilos de Imperata cylindrica contaminada con hierro de la zona minera del río Tinto y la transformó en un anillo metálico de dos gramos de peso.
“La investigación preliminar de mi trabajo se desarrolló a partir de unos trabajos científicos realizados por la Universidad de Madrid, que se llevaron a cabo para medir los niveles de contaminación y la calidad de las aguas del río Tinto, utilizando como filtro la Imperata cylindrica”, nos explica Cecilia Jonsson, una artista multidisciplinaria, cuyo trabajo persigue comprender la complejidad de los ecosistemas que nos rodean.
La investigación sobre el campo y la siguiente recolección de las plantas tuvo lugar en un amplio territorio, desde del golfo de Cádiz en Huelva pasando por los pueblos de Niebla y Berrocal, hasta las fuentes del río Tinto y las minas cerradas en el corazón de la Faja Pirítica Ibérica.
Cecilia Jonsson – The Iron Ring 7 Photo Carina Hesper
El proceso de creación del anillo de hierro, desde la cosecha de la planta hasta su quema para extraer el metal y llegar a la fundición del anillo, surgió de una originalísima colaboración entre herreros y científicos como el profesor James Jackson Griffith de la Universidade Federal de Viçosa (Minas Gerais, Brasil), quien asesoró a la artista en sus primeras investigaciones sobre la minería. “También me gustaría mencionar que el proyecto se ha desarrollado mucho por un proceso de ‘pruebas y errores’, ya que el hierro no ha sido nunca extraído de esta forma a partir de la hierba. Si se tuviera que repetir el proceso, los pasos tendrían que ser redefinidos y dependiendo del lugar de la cosecha, la contaminación de las plantas afectaría también la coloración y la calidad del metal”, continúa la artista. Jonsson ha difundido las sietes fases del trabajo, desde la cosecha de la Imperata cylindrica hasta la fundición del anillo, en una publicación en formato e-book, de descarga gratuita, producida por el centro V2_ Institute for the Unstable Media de Rotterdam.
Recientemente The Iron Ring ha sido galardonado en España en la última edición de los Premios VIDA, el prestigioso y único concurso internacional arte y vida artificial, que la Fundación Telefónica de Madrid concede desde 1999. “El proyecto se enmarca en una tendencia muy reciente que está cobrando cada vez más importancia en el concurso. Por un lado encaja perfectamente en la temática de obras que reflexionan sobre el entorno, las ecologías y los sistemas naturales. Por el otro, aborda la investigación de determinados procesos materiales por medio de la reconstrucción de dichos procesos, los agentes que intervienen y las relaciones que se generan”, nos asegura Mónica Bello, directora artística de los Premios VIDA, desde 2010 hasta hace unos días. “Jonsson no sólo reflexiona acerca de las relaciones entre los componentes de un paisaje minero, sino que además trata de revertir las relaciones materiales entre sus componentes. Si la vida artificial se entiende como la organización de un sistema complejo, este proyecto propone una perspectiva interesantísima para actualizar el concepto”, concluye Bello, que acaba de terminar su etapa al vértice de VIDA y a partir de marzo asumirá la dirección del Arts@CERN, en el célebre laboratorio científico de investigación de Ginebra (Suiza).
Cecilia Jonsson – The Iron Ring. Photo Jan Sprij
Desgraciadamente este año VIDA no presentará las obras ganadoras en una exposición ni en su stand de la feria ARCOmadrid, así que por ahora, en España, no hay programada ninguna exposición de The Iron Ring, que hasta el pasado mes de diciembre se exhibió en la galería Atelier Nord ANX de Oslo (Noruega). No tratándose de una verdadera obra objeto, sino de un proceso de investigación, The Iron Ring suele presentarse en el espacio expositivo con documentos, vídeos y objetos empleados durante el trabajo, que arropan el resultado final: un anillo de hierro forjado de dos gramos de peso, creado a partir de 24 kilos de plantas hiperacumuladoras de hierro.
Muy feliz 😊. Participar en Minotaure, un proyecto de Jordi Abello (Facebook) siempre es una experiencia que te reconcilia con el arte y el mundo… en un mundo donde se multiplican las obras sin alma los proyectos de Jordi son una alegría y mucho más.
Y esta vez con la participación del arqueologo Josep Maria Vergès, descubridor del santuario paleolítico de la Cova de la Font Major. 🦬 🦬 🦬 Gracias Jordi!