“Backup” del artículo original “Il punk è morto, viva il punk” publicado por Roberta Bosco el 11 maggio 2016 en Il Giornale dell’Arte.
Una mostra al Macba di Barcellona ripercorre l’influenza sull’arte contemporanea del movimento (non solo musicale) esploso 40 anni fa a Londra e New York
Barcellona. «Il punk non è morto e questa non è una mostra sul punk». Lo afferma David G. Torres, curatore della mostra «Punk. Sus rastros en el arte contemporáneo» («Punk. Le sue tracce nell’arte contemporanea»), che si può visitare nel Museu d’Art Contemporani de Barcelona (Macba) da domani fino al 25 settembre.
Estranea a qualsiasi concessione nostalgica o celebrativa, nonostante coincida con il quarantesimo anniversario dell’esplosione del punk a Londra e New York, la mostra riconosce l’importanza del fenomeno, non solo nell’ambito musicale, ma in molteplici discipline dalla moda al cinema e come indica il titolo, ricerca le sue tracce nell’arte plastica e visiva. Il risultato è una mostra di grandi opere, ma anche di ambienti e di attitudini che si materializzano nei contributi di oltre 60 artisti di diverse generazioni. «Anticonformisti, ma allineati, discriminati, ma acclamati, i punk rappresentano un modo di vedere il mondo nichilista e cinico che, pur dando molta importanza all’estetica, non si ferma alla superficie e affronta temi politici e sociali, come la diversità sessuale, la paura del terrorismo e della crisi economica e l’anelito all’anarchia», spiega Torres.
A partire dal libro Tracce di rossetto. Una storia segreta del XX secolo (pubblicato in Italia da Odoya) in cui il giornalista e critico musicale Greil Marcus individua il germe della rabbia, dell’insofferenza e dello scetticismo dei punk nei movimenti radicali precedenti come il Cabaret Voltaire, il Dadaismo o l’Internazionale situazionista, il curatore guarda avanti, cercandolo nella creazione contemporanea. La conferma si trova nel gigantesco, luminoso «NO? FUTURE!» di Jordi Colomer che accoglie il visitatore nell’atrio dell’edificio di Richard Meier, che ha dovuto aggiungere numerose pareti per accogliere le circa cento opere selezionate e gli svariati materiali documentari.
La selezione va dai precursori come Chris Burden e Valie Export, passando per gli interpreti principali Dan Graham con «Rock my religion», Martin Kippenberg, Raymond Pettibon, Mike Kelley e Paul McCarthy, fino agli epigoni con una splendida Tracey Emin con il sesso sepolto sotto monete e banconote, il tappeto di bossoli raccolti in Guatemala dal collettivo Detext e il ponte traballante circondato da vetri rotti di Tere Recarens che bisogna percorrere correndo.
La mostra, che in autunno farà tappa nel Museo del Chopo di Città del Messico, espone diversi artisti di quel Paese, tra cui Luis Felipe Ortega con il video di una performance che condensa tutta l’angoscia vitale distillata dal punk. Due gli italiani in mostra: Chiara Fumai (Roma, 1978) con un’installazione sulla scrittrice femminista radicale statunitense Valerie Solanas e Federico Solmi (Bologna, 1973) con la trilogia «Chinese democracy», un sarcastico video di animazione sulla natura autodistruttiva dell’umanità.
Una banda di automi realizzati negli anni Ottanta con pezzi di scarto e restaurati per la mostra da Marcel.lí Antúnez, uno dei fondatori de La Fura dels Baus, congeda il visitatore con la sua cacofonia metallica assordante. Una vera esperienza punk!
“Backup” del artículo original “La collezione Sandretto va a Madrid” publicado por Roberta Bosco el 29 febbraio 2016 en Il Giornale dell’Arte.
La collezionista torinese, premiata ad Arco, depositerà una parte delle sue opere nel centro di creazione contemporanea Matadero
Madrid. È stata una delle grandi notizie della fiera d’arte contemporanea Arco, appena conclusasi a Madrid. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, una delle più importanti collezioniste italiane, depositerà una parte della sua raccolta nel Matadero, il centro di creazione contemporanea del Comune di Madrid. Rimangono solo da definire i dettagli della collaborazione e la scelta delle opere. «Sarà un nucleo importante che verrà esposto al Matadero in modo permanente, però a rotazione, così si vedranno più opere e si manterrà più viva la raccolta. Il deposito è solo una parte dell’accordo con il Comune di Madrid, che prevede anche l’organizzazione di attività educative e la produzione di progetti di artisti giovani, come facciamo da anni in Italia», ha spiegato la Sandretto, che possiede un fondo di un migliaio di pezzi, un enorme serbatoio di prestiti per musei di tutto il mondo. «Anche se a volte organizziamo mostre della collezione, come l’anno scorso per il 20º anniversario della Fondazione, in Italia non abbiamo uno spazio di esposizione permanente. In tutti i casi, le nostre opere viaggiano molto, in questo momento ne abbiamo 60 a Quito e una dozzina a Sheffield», ha precisato la collezionista.
La notizia dell’accordo tra Sandretto e la città di Madrid è stata commentata con grande soddisfazione anche da Luis Cueto, presidente di Ifema, l’istituzione che organizza le grandi fiere, compresa Arco e coordinatore generale del Comune, in occasione della cerimonia dei Premi A, con cui Arco riconosce l’impegno dei collezionisti più attivi. «Luis Cueto ha annunciato che il nuovo spazio del Matadero si inaugurerà entro il 2018, ma anche solo per superstizione, fino a quando l’accordo non sia stato firmato, non voglio anticiparmi troppo», ha indicato la Sandretto, che è stata uno dei premiati di quest’edizione.
Anche quest’anno la collezionista torna a Torino con diverse acquisizioni. «Ogni anno Arco cresce in qualità e interesse. Il suo direttore Carlos Urroz ha fatto un gran lavoro. Inoltre è una fiera che offre un’eccellente panoramica del mercato latino-americano e la possibilità di vedere artisti e opere che non si trovano in nessun’altra fiera europea», ha concluso Patrizia Sandretto, che a fine marzo inaugurerà nella Fondazione di Torino, una mostra dell’artista olandese Magalí Reus.
“Backup” del artículo original “La freccia nell’Arco è la ripresa” publicado por Roberta Bosco el 24 febbraio 2014 en Il Giornale dell’Arte.
Madrid. In generale questa edizione di ARCOmadrid sarà ricordata come quella della ripresa, anche se per i galleristi spagnoli resterà sempre quella della «finta riduzione dell’Iva».
L’Italia, invece, non solo è riuscita a mantenere una presenza importante, ma ha anche stabilito un record. Infatti, in trentatré edizioni della fiera madrilena non ci sono state mai tante gallerie italiane in un programma curatoriale, ben sei delle ventisei che Manuel Segade ha selezionato per Opening. «Torniamo a Milano soddisfatte per gli ottimi nuovi contatti, ma anche per le vendite di una scultura e un disegno del giovane Andrea Romano», assicura Valentina Suma della galleria Fluxia, una delle new entries con le siciliane Collicaligreggi di Catania e La Veronica di Modica. Quest’ultima ha suscitato grande interesse con uno stand interamente dedicato al progetto «Lavorare per un mondo senza povertà» di Adelita Husni-Bey, che riassume in una serie d’immagini la comparazione incrociata di statistiche fornite dalle grandi organizzazioni finanziarie internazionali che normalmente non sono mai messe in relazione, come il livello di competitività e il tasso di suicidio o le percentuali della spesa pubblica destinate all’educazione e alla difesa. La serie di sei immagini costa 14mila euro, ma si vendono anche separatamente.
Particolarmente elogiata la proposta della bolognese P420 con uno stand che pur essendo molto concettuale, non rinunciava all’attenzione formale, con sculture di Paolo Icaro e una mini retrospettiva di Irma Blank, artista tedesca che libera la scrittura dal giogo del significato, eliminando prima la leggibilità e l’aspetto semantico e poi anche la forma, mantenendo la relazione solo nello strumento, la Bic che usa nei suoi ultimi lavori.
Salvo l’inusuale presenza italiana, che come d’abitudine più che vendere ha stabilito buoni contatti e riscosso molto interesse, non ci sono state particolari sorprese e come sempre ognuno vive la fiera secondo quanto ha ottenuto e quante mostre è riuscito a «combinare» per i suoi artisti.
La buona notizia è che è stata chiaramente l’ARCO della ripresa, più ottimista e tranquilla, nonostante il «pasticciaccio» dell’Iva. «La presunta riduzione dell’Iva è una truffa. Sembra un modo di risolvere i problemi cancellando i galleristi dal sistema dell’arte e spingendo gli artisti a vendere direttamente le loro opere ai collezionisti che in questo modo subiscono un’aliquota del 10% anziché del 21%», affermava, riassumendo un’opinione generale, Tony Estrany della barcellonese Estrany de la Mota che l’anno scorso non ha partecipato alla fiera come forma di protesta contro la disparità di trattamento tra le gallerie madrilene e tutte le altre, ma in particolar modo quelle provenienti da altre regioni della Spagna.
Gli acquisti istituzionali, che hanno salvato la fiera negli ultimi anni, non sono mancati, ma in questa edizione il ritmo l’hanno segnato i 300 collezionisti privati invitati dal direttore di ARCO, Carlos Urroz, che ha destinato agli inviti di questi potenziali acquirenti un milione dei 4.5 del budget 2014. Per quanto riguarda le istituzioni, rappresentate da 150 tra direttori di musei, biennali e collezioni, basta basarsi sul Museo Reina Sofía di Madrid, il transatlantico dell’arte contemporanea spagnola, che nel 2012 aveva comprato diciassette opere per 700mila euro e quest’anno ha acquistato lo stesso numero di pezzi (quasi tutte serie, come 80 diapositive di Candida Höfer, 30 disegni di Eva Lootz e 68 foto di Sergio Zevallos) per 200mila euro, 150mila meno che nel 2013.
Sono diminuiti anche gli acquisti («Concierto barroco número 4» di Néstor Sanmiguel Diest e due fotografie della finlandese Elina Brotherus) della collezione della Fondazione ARCO, in deposito dal 1996 nel Centro Gallego de Arte Contemporáneo di Santiago di Compostela. Il fondo di 300 opere di 224 artisti chiave dalla seconda metà del Novecento a oggi, è stato recuperato dalla Comunità di Madrid, che dall’anno prossimo lo esporrà nel CA2M Centro de Arte Dos de Mayo di Móstoles, nella periferia della capitale. Sembra che il Richter da 8,5 milioni e il Picasso da 1.250.000 euro siano rimasti nelle rispettive gallerie, Michael Schultz di Berlino e Leandro Navarro di Madrid, mentre una delle trionfatrici dell’edizione 2014 è stata Y Gallery New York, presente nel programma SoloProjects/Focus Latinoamérica, che ha venduto praticamente tutti i ritratti di politici come Barack Obama y Angela Merkel, firmati dal peruviano Miguel Aguirre. Carmen Thyssen si è interessata a Julian Opie, Erik Benson e Alex Katz, ma non ha rilasciato dichiarazioni sui suoi acquisti finali.
Per finire, i 15mila euro del Premio Illy SustainArt riservato agli artisti di Solo Projects sono andati all’argentino Diego Bruno rappresentato dalla galleria Mirta Demare di Rotterdam. La stessa cifra, dotazione della 9ª edizione del Premio ARCO/Beep di Arte Elettronica è stata suddivisa in tre opere: «Ejercicios de medición sobre el movimiento amanerado de las manos» di Manuel Arregi (Espacio Mínimo di Madrid), “Tropologías II (del archivo del Dr. Ripoche)” di Andrés Pachón (Ángeles Baños di Badajoz) e “On Kawara Time Machine” di Manuel Fernández (Moisés Pérez de Albéniz di Madrid). Quest’ultimo è un classico del net.art, inspirato alla celebre serie «I’m still alive» dell’artista giapponese, che Fernández ha convinto a lasciarsi coinvolgere nell’opera che si manterrà vincolata alla vita dello stesso On Kawara e sarà terminata solo con la sua morte.
La triste partecipazione della Finlandia lascia sperare che sia vera l’indiscrezione, non ancora confermata, che il Paese ospite della prossima edizione sarà la Colombia.
“Backup” del artículo original “Il XXI secolo nel cuore di Madrid” publicado por Roberta Bosco el 28 junio 2012 en Il Giornale dell’Arte.
Madrid. Gli spettacolari Juan Gris (11 in totale) della Fundación Telefónica sono tornati a casa o, meglio, nello storico edificio della compagnia, completamente rinnovato e trasformato in museo. Dopo anni in deposito all’Ivam di Valenza e al Museo Reina Sofía di Madrid, le opere che compongono la collezione cubista della Fundación Telefónica sono ora esposte al quarto piano dell’edificio, che si affaccia sulla scenografica Gran Vía, il cuore pulsante di Madrid, che unisce i grandi musei della Castellana con le sedi del potere politico della Plaza del Sol. Una balconata offre un anticipo di ciò che attende il pubblico al terzo piano e permette quasi di toccare le misteriose felci animate appese nella sorprendente caverna viva di Philip Beesley, che tremano al contatto con gli esseri umani e fanno da ponte tra le avanguardie storiche e le avanguardie del XXI secolo. Queste sono rappresentate dalla mostra antologica che riunisce 23 delle opere premiate nelle tredici edizioni del Premio Vida dedicato all’arte realizzata con tecniche e concetti di vita artificiale. «Dalla rivoluzione industriale non c’è alcun cambiamento sociale e tecnologico della stessa portata fino alla rivoluzione digitale. L’introduzione di internet e delle nuove tecnologie nel mondo della creazione mette fine al Postmodernismo e dà inizio a una nuova avanguardia», ha affermato Francisco Serrano, presidente della Fundación Telefónica che, a differenza di altri presidenti di grandi collezioni corporative, conosce la sua nei minimi dettagli ed è un vero appassionato d’arte. Si deve a lui la creazione nel 1999 di Vida, un concorso che in questi anni è diventato un riferimento internazionale nel campo della vita artificiale applicata all’arte. Costruita tra il 1926 e il 1929 e inaugurata dalla società spagnola dei telefoni nel 1930, la sede del museo (inaugurato alla presenza del principe Felipe e della consorte Letizia) è stato il primo «grattacielo» d’Europa. La ristrutturazione recupera più di 6mila metri quadrati per l’arte, suddivisi in tre piani collegati da una spettacolare scala elicoidale in ferro e acciaio (nella foto), sicuramente l’elemento più iconico dell’edificio.
“Backup” del artículo original “A 35 anni Arco ha raggiunto la maturità” publicado por Roberta Bosco el 29 febbraio 2016 en Il Giornale dell’Arte.
La fiera madrilena chiude l’edizione 2016 tra la soddisfazione generale. L’anno prossimo il Paese invitato sarà l’Argentina
Madrid. Carlos Urroz, il quarto direttore di ArcoMadriddal 1982, anno di creazione della fiera d’arte contemporanea più importante della Spagna, è riuscito a superare gli anni più bui della crisi economica. L’edizione del 35º anniversario, che ha riunito 221 gallerie di 27 Paesi (solo il 29% spagnole), si è conclusa ieri con un unanime cum laude e circa 100mila visitatori dichiarati.
Secondo un’opinione generale Arco ha raggiunto la maturità e lo ha dimostrato con una fiera sobria, che ha bandito la provocazione, puntando su opere di alta qualità, ma friendly, opere che non richiedono la sala di un museo. Anche i prezzi sono stati più contenuti e la grande maggioranza delle proposte si è mantenuta sotto i sei zeri. La più cara, un nudo femminile di Antonio López, in vendita da Marlborough per due milioni di euro.
Per il 35º anniversario, Arco ha momentaneamente messo da parte la formula abituale e, anziché dedicare una sezione al Paese invitato, ha affidato a María Corral, la più autorevole curatrice spagnola e alla figlia Lorena, una selezione delle 35 gallerie che in questi anni hanno contribuito a forgiare il prestigio della fiera. Con questo sistema ha ottenuto la presenza di grandi nomi, assenti anche e soprattutto a causa dell’overbooking di appuntamenti internazionali, come Marion Goodman, Lisson, Kurimanzutto e Noero di Torino, unico italiano selezionato per la sezione commemorativa, con Lara Favaretto e Simon Sterling.
«Tutte le gallerie hanno fatto uno sforzo speciale per mantenersi all’altezza dei grandissimi nomi. Non mi riferisco solo all’alta qualità delle opere, ma anche al modo di esporle», indica Corral, direttrice della Biennale di Venezia 2005, riferendosi anche al fatto che molte gallerie hanno preferito presentare più opere di meno artisti e nel caso della sua sezione, battezzata con ottimismo «Immaginando altri futuri», solo due creatori per galleria.
Alto livello anche nelle abituali sezioni curate: Opening, riservata a gallerie con meno di sette anni di traiettoria, in cui ha partecipato Brand New Gallery di Milano con Graham Wilson e Solo Projects dedicata alla creazione latino americana in cui Deanesi di Trento ha presentato il lavoro dell’artista cubano Tonel.
«È una bella fiera e veniamo sempre volentieri», afferma Astuni di Bologna tra i fedelissimi di Arco, insieme a Continua con una reinterpretazione di Mark Rothko firmata da Juan Araujo, Studio Trisorio, che rappresenta da più di dieci anni l’artista catalana Eulalia Valldosera e il napoletano Alfonso Artiaco. «Ci sono cose interessanti e tanta gente, anche se i meccanismi monopolistici favoriscono le gallerie spagnole. Io per alcuni anni mi sono mosso di più nei mercati asiatici, partecipando a fiere emergenti come quella di Singapore, ma adesso sono tornato, attratto anche dalla prossima inaugurazione di Arco Lisbona», spiega Giorgio Persano che espone opere di Susy Gómez, Kounellis e Pedro Cabrita Reis. Figliol prodigo che ritorna dopo quasi dieci anni di assenza, Persano fa parte del comitato organizzatore che si incaricherà anche del primo satellite di ArcoMadrid, la nuova ArcoLisbona, che si terrà dal 26 al 29 maggio. Quest’anno riunirà solo una quarantina di gallerie, ma nasce sotto i migliori auspici ed elimina definitivamente la frustrazione residuale per aver perso parte del mercato latinoamericano con l’apertura di Art Basel Miami.
«Arco offre l’opportunità di vedere un insieme di gallerie, artisti e opere che non si trovano in nessun’altra fiera europea e continua ad essere un punto di riferimento per l’arte latinoamericana», assicura la collezionista Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, che ha ricevuto uno dei Premi A, con cui Arco riconosce i collezionisti più attivi.
Come sempre la presenza di artisti italiani nelle gallerie straniere non è particolarmente abbondante, se si esclude un insieme di opere di Mario Merz nella galleria tedesca Kewenig e sporadici lavori di giovani come Rossella Biscotti (mor charpentier) e Federico Solmi (Anita Beckers).
Nonostante la reticenza di galleristi e organizzatori, il volume di affari, assicurato anche da un gruppo di 300 collezionisti e direttori di museo invitati, è stato più che soddisfacente: il Museo Reina Sofía di Madrid da solo ha speso più di 400mila euro acquistando 19 opere di 10 artistas (Ignasi Aballí, Juan Luis Moraza, María Ruido, Joan Rabascall, Dorothy Iannone, Anna Bella Geiger, Dominique Gonzalez-Foerster; Allan Sekula e Antoni Tàpies); il multimilionario Jorge Pérez ha comprato almeno 15 opere per il suo museo di Miami.
Ancora una volta gli artisti latinoamericani hanno trionfato e in generale tra gli artisti più venduti si contano Danh Vo, Pedro Cabrita Reis, Tacita Dean, Néstor Sanmiguel Diest, Ángela de la Cruz, Juan Uslé e Daniel Canogar, uno dei rari rappresentanti di un’arte tecnologica e sperimentale, che ha riscosso un grande successo con una pittura digitale che si crea a partire dalle immagini di YouTube liquefatte.
Il prossimo anno Arco tornerà al format abituale con l’Argentina come Paese invitato.
“Backup” del artículo original “Il CaixaForum festeggia con Delacroix” publicado por Roberta Bosco el 10 febbraio 2012 en Il Giornale dell’Arte.
Barcellona. «Quando dipingo, non cerco di descrivere un pensiero», spiegava Eugène Delacroix (1798-1863) a proposito del soggetto di un dipinto, in cui l’emozione doveva sorgere dalla materia, dalla luce e dal colore, più che dalle scene rappresentate. La drammaticità, l’esotismo, il movimento e la policromia delle opere di Delacroix, considerato un rivoluzionario in contrapposizione alle rigide convenzioni dell’arte neoclassica, danno vita alla maggiore retrospettiva dell’artista organizzata negli ultimi cinquant’anni, dopo la rassegna allestita a Parigi nel 1963 in occasione del centenario della sua morte. Dal 15 febbraio al 20 maggio il CaixaForum Barcelona celebra il decimo anniversario della sua inaugurazione con una mostra di oltre 100 opere tra dipinti a olio, acquerelli e disegni, provenienti da importanti musei internazionali come la National Gallery di Londra, il Metropolitan Museum di New York o l’Art Institute di Chicago. La rassegna, curata da Sébastien Allard, conservatore capo del Dipartimento di Pittura del Louvre, che presta per la prima volta alcune opere significative, è una coproduzione tra il museo barcellonese e quello parigino. L’itinerario espositivo ripercorre l’evoluzione stilistica del pittore che Baudelaire definì «il più moderno degli artisti» attraverso opere come «Grecia spirante sulle rovine di Missolungi», «Donne d’Algeri nei loro appartamenti», «La morte di Sardanapalo» e il celebre «Autoritratto» del 1837 (nella foto).
“Backup” del artículo original “Come ti dipingo le pareti” publicado por Roberta Bosco el 14 ottobre 2011 en Il Giornale dell’Arte.
Madrid. Il Museo Thyssen-Bornemisza e la Fundación Caja Madrid aprono la stagione con la grande mostra che ogni anno organizzano congiuntamente: «Architetture dipinte» presenta oltre 140 opere dal Rinascimento al Settecento, in cui spiccano edifici, agglomerati urbani o rurali, ruderi e strutture architettoniche in generale. L’obiettivo della mostra, aperta dal 18 ottobre al 22 gennaio, è ripercorrere la storia e l’evoluzione di questi elementi iconografici, che in un primo momento sono usati come scenografia o complemento del soggetto principale, per diventare un genere indipendente dal XVIII secolo. Duccio di Buoninsegna, Canaletto, Guardi, Giovanni Paolo Panini, Gentile Bellini, Tintoretto, Annibale Carracci, Gaspar van Wittel, Hubert Robert, Maerten van Heemskerck e Hans Vredeman de Vries sono alcuni dei grandi nomi della pittura che si servirono del potere descrittivo dell’architettura. Infatti, dietro alla loro apparente obiettività queste città, palazzi, edifici effimeri e rovine occultano simboli, allegorie e forme di propaganda politica o religiosa molto più complessi. «Dipingere architetture significava stabilire la scena del movimento e la posizione delle figure, dotarle di un luogo spaziale e visivo verosimile, storico o mitico, reale o leggendario», spiegano i curatori della mostra Delfín Rodríguez, docente di Storia dell’arte dell’Università Complutense di Madrid, e Mar Borobia, conservatore capo di Pittura antica della Thyssen, che hanno ottenuto prestiti da collezioni private e musei di tutto il mondo, tra cui i Musei Vaticani e la National Gallery di Washington.
La rassegna, che segue un ordine cronologico e tematico allo stesso tempo, inizia nelle sale del Museo Thyssen, che accolgono la produzione compresa tra il ’300 e il ’600, quando dipingere architetture e scorci cittadini era ancora considerato un genere minore, anche se frequentemente utilizzato come sfondo di scene religiose, storiche o mitologiche. Il trionfo del genere, a partire dal Settecento, occupa le sale della Fundación Caja Madrid, con le opere dei grandi maestri di vedute, di città del Grand Tour e dei ruderi coperti di vegetazione, che affascinavano gli spiriti romantici. La situazione iniziale si è ribaltata e la scena storica o religiosa è diventata un pretesto quasi aneddotico per dipingere grandi e meravigliosi paesaggi. È l’epoca dei capricci architettonici, dove città reali e monumenti storici si mescolano con edifici fantastici e immaginari, spesso simboli o metafore di nuove idee artistiche e di messaggi iniziatici. Il percorso si chiude con un’ode visiva alla poetica delle rovine che si plasma nelle tele di Marco Ricci, Hubert Robert e Claude Joseph Vernet, e in un insieme di incisioni di Piranesi.
“Backup” del artículo original “La Spagna vista dall’America” publicado por Roberta Bosco el 15 luglio 2011 en Il Giornale dell’Arte.
Valencia e Alicante (Spagna). Il primo risultato dell’accordo di collaborazione tra la Hispanic Society of America e la Fundación Bancaja è già una realtà. Lo provano le 268 immagini del fondo dell’istituzione newyorkese esposte fino al 13 novembre nel Centro Cultural Bancaja di Valencia nella mostra «Atesorar España. I fondi fotografici dell’Hispanic Society of America», che si completa con una selezione di 77 fotografie, allestite, anch’esse fino al 13 novembre nella sala espositiva dell’istituto bancario ad Alicante.
La rassegna, la prima delle tre previste dall’accordo, comprende opere, tra gli altri, di Charles Clifford, Jean Laurent, Anna Christian, Ruth Matilda Anderson e Kurt Hielscher scattate tra 1850 e il 1930. Il fondo di fotografia dell’Hispanic riflette l’intenzione del suo creatore, Archer Milton Huntington, di diffondere in America l’arte e la cultura iberiche. La sua genesi è diversa. Alcune immagini sono acquisizioni dello stesso Huntington, come gli scatti del francese Jean Laurent e di Arnold Genthe e le oltre 16mila immagini di fotografi celebri che il marchese de Vega-Inclán, suo intimo amico, gli regalò nel 1933. Altre opere furono acquistate attreverso agenzie internazionali. Publisher Photo Services gli procurò foto di E. M. Newman e una firma tedesca, una serie realizzata da Kurt Hielscher tra il 1914 e il 1919, quando fu bloccato in Spagna dalla prima guerra mondiale. Huntington patrocinò anche diverse spedizioni fotografiche, capitanate da nomi di spicco come Arthur Byne e Ruth Matilda Anderson.
L’accordo, firmato nel 2010 per far conoscere in Spagna la collezione dell’istituzione americana, prevede altre due mostre. Una di pittura spagnola a cavallo tra il XIX e il XX secolo, con opere di Sorolla, Zuloaga, Anglada Camarasa, Rusiñol, Mir, Nonell e Casas, e l’altra dedicata ai grandi maestri, tra cui Velázquez, Goya, Zurbarán, Murillo, El Greco e Ribera.
“Backup” del artículo original “Norman Foster vince il concorso per l’ampliamento del Prado” publicado por Roberta Bosco el 28 novembre 2016 en Il Giornale dell’Arte.
Il progetto dell’architetto inglese, temporaneamente associato con il madrileno Carlos Rubio, si è imposto sugli altri sette finalisti.
Madrid. Foster + Partners e Rubio Arquitectura, gli studi capitanati dal britannico Norman Foster e dallo spagnolo Carlos Rubio, temporaneamente associati nel progetto «Traza oculta» (Traccia occulta), hanno vinto il concorso indetto dal Museo del Prado per realizzare il suo secondo grande ampliamento. Il primo fu realizzato dieci anni fa dallo spagnolo Rafael Moneo, come Foster vincitore del Pritzker Prize, il Nobel dell’architettura.
La giuria incaricata di scegliere il progetto vincitore tra gli otto studi finalisti, scelti tra 47 candidati, per ristrutturare il Salón de Reinos e annetterlo al Campus del Prado, ha deciso di non realizzare colloqui con i progettisti, ma di basarsi esclusivamente sui materiali (memoria e ricostruzioni virtuali), presentati in forma anonima. Tra gli eliminati ci sono alcuni dei grandi protagonisti dell’architettura contemporanea, come David Chipperfield, Rem Koolhaas, Eduardo Souto de Moura, Richard Gluckman, Cruz y Ortiz o Nieto y Sobejano.
Il vincitore riceve un premio di 48.400 euro e un onorario di 1.756.315 euro per la redazione del progetto esecutivo, che dovrà essere pronto in 16 mesi e la direzione delle opere, che non dovranno superare i 30 mesi.
Foster avrà a disposizione un budget di 30 milioni di euro, che potrà incrementare per imprevisti fino a un massimo del 20%. Il cantiere partirà nel 2018, quindi il Prado celebrerà il suo bicentenario nel 2019 con i lavori in corso.
Con il Salón de Reinos, sede fino al 2010 del Museo dell’Esercito e vuoto da ormai sei anni, Foster, delimiterà idealmente il Campus del museo formato dall’edificio storico di Villanueva, il Chiostro dei Geronimiti e il Casón del Buen Retiro. Tutti gli edifici saranno collegati da spazi pubblici e corridoi sotterranei. La proposta più sorprendente, anche se ha esclusivamente carattere di suggerimento, prevede la trasformazione in zona pedonale della calle Felipe IV, di modo da riunire in un’area libera dal traffico il Parco del Retiro e il Paseo del Prado.
Il progetto si propone di recuperare lo spirito originale e lo splendore barocco del palazzo, costruito intorno 1640, dove Filippo IV riceveva gli ambasciatori stranieri, circondato da capolavori come «La resa di Breda» di Velázquez. Foster intende restituire l’antico splendore anche ai grandi saloni e restaurare la facciata sud, seicentesca, così come le balconate originali. Tra le due facciate, quella del Seicento e quella dell’Ottocento, si aprirà uno spettacolare atrio di uso pubblico, che collegherà l’ala nord e quella sud con spazi espositivi e di transito. Un nuovo tetto doterà la sala del terzo piano di luce zenitale controllata e permetterà di immagazzinare energia attraverso pannelli solari integrati.
Non sarà l’unica soluzione ecologica e tutto l’edificio sarà energeticamente sostenibile. Un altro aspetto importante del progetto è la scelta di non intervenire nella zona delle cantine, evitando così i problemi con le acque sotterranee che prolungarono di quasi dieci anni la ristrutturazione del Casón del Buen Retiro.
Foster, che a Madrid possiede un palazzo nella calle Monte Esquinza, ha vasta esperienza nella ristrutturazione di musei, avendo lavorato tra gli altri per lo Smithsonian di Washington, il Museum of Fine Arts di Boston, il British Museum e l’Imperial War Museum di Londra.
Con questo nuovo ampliamento il Prado ricaverà oltre 5.700 metri quadrati utili, dei quali più di 2.500 saranno destinati a spazi espositivi. Nonostante il direttore del museo, Miguel Zugaza, abbia affermato che «per il momento il progetto si concentra sul contenitore e non sul contenuto», l’interesse per conoscere il programma museografico è enorme. È stato detto che il Salón de Reinos si trasformerà in «uno spazio espositivo alternativo di alta qualità, idoneo per presentare aspetti particolarmente rilevanti o singolari della collezione e per sviluppare un programma specifico di mostre di lunga durata, che offrano una visione trasversale dei temi fondamentali della storia e del patrimonio artistico spagnolo», ma non è stata ancora presa nessuna decisione.
Il presidente del Patronato del Prado, José Pedro Pérez-Llorca, ritiene necessario «scoprire che cosa può avere più successo», mentre per Zugaza il nuovo edificio «offre la possibilità di recuperare, permanentemente o temporaneamente, le magnifiche collezioni di pittura barocca del museo».
Le proposte degli otto finalisti saranno esposte al pubblico dal primo dicembre nel Chiostro dei Geronimiti.
Topografías de las memorias es una instalación surgida del diálogo entre Mayoral de acero: destajo de Sandra Rengifo con la colaboración de Kostas Tsanakas y Maqueta entrenada de Roc Parés, con la curaduría de Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch.
Horarios
De martes a viernes de de 17.00 a 20.00 horas
Sábados de 10.00 a 13.00 horas
Inauguración
– Jueves 24 de octubre (Barcelona) 19.00 horas
con los artistas Roc Parés y Sandra Rengifo, y los comisarios Roberta Bosco y
Fernando Cuevas Ulitzsch (19 horas Fundació Lluís Coromina)
– Domingo 27 de octubre 12.00 horas Visita comentada acompañada por artistas y comisarios de la exposición “Topografías de las memorias” a cargo de los comisarios Roberta Bosco, Fernando Cuevas Ulitzsch, los artistas Sandra Rengifo, Roc Parés y Kostas Tsanakas.
– Miércoles 30 de octubre 12.00 horas
Visita a la exposición Topografías de las memorias en la Fundació Lluís Coromina con la presencia de los artistas Roc Parés, Sandra Rengifo, Kostas Tsanakas y los comisarios Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch.
El pase de diapositivas requiere JavaScript.
TOPOGRAFÍAS DE LAS MEMORIAS
por Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch
Como en un viaje de ida y vuelta, dos artistas Roc Parés y Sandra Rengifo, separados por un océano y unidos por una imparable conexión mental, se juntan para crear dos obras inéditas a partir de propuestas ya presentes (o latentes).
La primera Geopoieisis: derivas y confluencias en las imaginerías electrónicas, que se presentó en el Centro Nacional de las Artes de Bogotá, en el marco del Festival de la Imagen, arrancaba a partir de la performance audiovisual Deriva360 de Roc Parés y se formalizó en el encuentro con AtmoSphaira de Sandra Rengifo.
La segunda Topografías de las memorias, que se presentará en el Espai Isern Dalmau de la Fundació Lluís Coromina durante el festival Panoràmic, parte del proyecto fotográfico, pictórico e instalativo Mayoral de acero: destajo, de Sandra Rengifo en colaboración con Kostas Tsanakas y se plasma a través del diálogo con la instalación interactiva Maqueta entrenada de Roc Parés.
Mayoral de acero: destajo explora el silencio y la pérdida, abraza visualmente seres, máquinas y naturaleza. Sus imágenes hablan de cuerpos que cargan peso y gravedad, de una revolución que se quedó a medio camino, de caña crecida en la sangre de los silenciados que la cultivan, de la normalidad que gente muera por sindicalizarse, de niños que a falta de luz aprendieron a crear música, de la nostalgia de guardias de noche y viejos ferroviarios, del hombre sin tierra que llega a ser tierra sin hombre, de campanarios que no fueron edificados para ser iglesias, de esclavos subyugados y latigados por el ferrocarril que ellos mismos construyeron.
En la propuesta de Roc Parés, el Caribe toma forma tridimensional en una instalación interactiva que plantea las idiosincrasias y estereotipos en que basamos nuestros relatos. Maqueta entrenada despliega la típica iconografía caribeña en una maqueta ferroviaria antigua, dotada de recursos tecnológicos contemporáneos, como una cámara de vídeo incrustada en la vieja locomotora que trasmite las imágenes de su recorrido a una computadora entrenada, de allí el nombre, para detectar los elementos de la escenas en tiempo real. La chimenea del ingenio, los vagones repletos de caña de azúcar, los bohíos, las matas de tabaco y la inquietante dualidad de los personajes, esclavos agotados o cimarrones en busca de libertad, campesinos con machetes y señoritos con vestimentas europeas del siglo XIX, conforman un paisaje que el visitante puede modificar, desplazando los objetos de la maqueta. Cada elemento además está asociado a un sonido, de modo que con sus intervenciones el público puede reconfigurar tanto el panorama visual como sonoro.
Estas dos miradas condensan el planteamiento de un proyecto coral, dialogado y empático que ha contado durante todo el proceso con la curaduría compartida de Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch, un proyecto que ha dado lugar a dos obras inéditas y se ha materializado a través de un diálogo increíblemente fluido y vital, que ha ido mucho más allá de la propia producción de las piezas.
Ambas obras hablan de territorio y paisaje y de quienes lo habitan, de nuestra forma como seres humanos de vivirlo, disfrutarlo, pero también violentarlo. A través de imágenes, sonidos, olores y las historias de las personas cuyas voces han sido silenciadas, las dos obras hablan de memoria y pérdida, de ideales y decepciones, de cómo elementos sencillos casi nimios en el conjunto de la realidad de pronto pueden cobrar una importancia decisiva. Son aquellos hechos, situaciones o emociones, que de tan habituales ya pasan desapercibidos, pese a su significación intrínseca. Y así, siguiendo los raíles de un tren (tren de esclavos, tren de juguete, tren de señores y tren de trabajadores) se habla también de representación y de la importancia de representar y contar las historias desde otras perspectivas, para que las generaciones siguientes sepan que la verdad tiene muchas caras y la mentira aún más.
«Mayoral de acero: destajo» de Sandra Rengifo y Kostas Tsanakas
Roc Parés (www.roc-pares.net) (www.instagram.com/mentalrural)
Roc Parés Burguès (Ciudad de México, 1968) es artista investigador en comunicación interactiva. Comprometido con una cultura interdisciplinaria, que defiende por su potencial emancipador, ha explorado las intersecciones entre arte, ciencia, tecnología y sociedad. Su experimentación poética y crítica con los medios digitales se ha expuesto y publicado internacionalmente. Es doctor en Comunicación Audiovisual (UPF) y licenciado en Bellas Artes (UB). Asimismo, es creador artístico honorífico del Sistema Nacional de Creadores de Arte de FONCA (México).
Sandra Rengifo (www.instagram.com/oldnewflesh)
Sandra Rengifo (Bogotá 1979) artista plástica de la Academia Superior de Artes de Bogotá y Magíster en Artes Visuales de la Universidad Nacional de Colombia..
Actualment exerceix com a docent de la Actualmente se desempeña como docente de la Pontificia Universidad Javeriana de Colombia, la Universidad Jorge Tadeo Lozano y la Universidad de los Andes,así como Directora de Arte para danza, videos y largometrajes. Del mismo modo, ha realizado diseños museográficos, videoclips y proyectos curatoriales para diversos artistas y entidades nacionales e internacionales. Su trabajo como artista audiovisual, fotógrafa y pintora ha sido expuesto en varios espacios y eventos como el Museo de Arte Moderno MAMBO, Museo de Arte Moderno de Medellín MAMM, Museo de Arte Contemporáneo de Bogotá, Museo La Tertulia en Cali, Cinemateca Distrital de Bogotá, el MAMU en Bogotá, el Festival de Cine L’ alternativa de Barcelona, Danish Film Institute, Festival del cine Panorama Colombia Berlín, Bienal de Artes Mediales en Alemania Anhydrite, entre otros.
Ganadora del Premio Nuevos Nombres Jóvenes Talentos de la Alianza Francesa 2010, Premio Arte Cámara 2015 y Premio de Creación Artista de Trayectoria Intermedia del Ministerio de Cultura de Colombia 2017, entre otras menciones de honor.
Kostas Tsanakas (www.instagram.com/kostas_tsanakas) Kostas Tsanakas (Atenas, 1972) es fotógrafo radicado en Berlín. Creció en una ciudad pequeña, flagelada por el viento del norte y un conflicto étnico de baja intensidad. Un día en la playa con cámara en mano, su papá le mostró qué era un diafragma y qué era un fragmento de tiempo. Estudió pedagogía social en Alemania, filología árabe y ciencias islámicas en España, ciencias políticas en el Reino Unido, la República Checa y España, e interpretación de conferencias en Grecia. Trabajó como asistente social, profesor de alemán, traductor e intérprete simultáneo, selector de música y barman. Sus fotos han sido expuestas en varios eventos en Alemania, Colombia, España, Estados Unidos, Grecia y Macedonia del Norte.
Roberta Bosco (https://arteedadsilicio.com) (www.instagram.com/_roberta.bosco_)
Roberta Bosco es una periodista, comisaria de exposiciones, investigadora y docente, especializada en arte contemporáneo, arte electrónico y cultura digital. Desde 1998 escribe en el diario El País, donde durante 12 años tuvo una sección semanal sobre arte y nuevas tecnologías. Es corresponsal desde España de Il Giornale dell’Arte, la principal revista de arte italiana y colabora en numerosas publicaciones. Ha comisariado diversas exposiciones de arte digital en varias instituciones y museos (CCCB, Macba, DHub, Arts Santa Mònica, ARCOmadrid) y formado parte de numerosos jurados. Entre sus proyectos destacan: la exposición Orígenes en el marco de ISEA 2022, el 27° International Symposium on Electronic Art, en Barcelona; Faces. Un diálogo entre la Colección Es Baluard y la Colección BEEP de Arte Electrónico en Es Baluard de Palma de Mallorca; la exposición expandida e itinerante Donkijote.org en Laboral Centro de Arte y Creación Industrial de Gijón y Conexión Remota en el Museo de Arte Contemporáneo de Barcelona (Macba), la primera exposición de net.art en un museo español.
Fernando Cuevas Ulitzsch (www.instagram.com/fcuevasu74)
Fernando Cuevas Ulitzsch Es gestor cultural, curador y creador, experto en conectar la expresión estética de la experiencia humana con múltiples audiencias. Como generador de audiencias y comunidades, su experiencia en programación musical, curaduría (musical y plástica), comunicación estratégica y circulación con comunidades académicas y espacios y audiencias artísticas, le han permitido liderar exitosamente procesos de: relanzamiento de espacios e iniciativas culturales, diseño, gestión y ejecución de programación artística, musical y cultural, visibilidad comunicativa y relaciones interinstitucionales.
A lo largo de su experiencia profesional, desarrolleó y expuso continuamente su trabajo artístico personal (fotografía, dibujo, escritura, escultura e instalación), el cual ha sido presentado con gran éxito en numerosas Galerías, Centros Culturales, Museos y universidades de Colombia y Europa, en más de 29 exposiciones individuales y colectivas. Sus 26 años de trabajo especializado pueden poner mucho razonamiento en una experiencia estética, pero la alegría de una comunidad, como la colombiana, al descubrir nuevas piezas sinfónicas jóvenes y vibrantes, o las profundidades de un arte legado y olvidado, es lo que le impulsa e invita a crecer y perseguir nuevos desafíos.
«Topografías de las memorias» – Las noticias más destacadas en la PRENSA
Bonart Derives en temps de geolocalització (Article en edició PDF – Bonart num. 200 – Sept 2024 / Feb 2025) por Roberta Bosco
Gracies a la col·laboració entre el Festival Panoramic de Granollers i Barcelona i el Festival de la Imatge de Manizales i Bogotà, un dels més longeus i prestigiosos de l’América Llatina, dos artistes, Roc Parés i Sandra Rengifo. i dos comissaris, Roberta Bosco i Fernando Cuevas Ulitzsch de Catalunya i Colombia, es van ajuntar per crear dos projectes.
El Punt Avui Un viatge artístic aliat catalanocolombià (11-12-2024)
Un telèfon mòbil amb una càmera de 360 graus lligat a un pom de globus inflats amb heli va ser l’inici, el maig passat, d’un projecte artístic d’alta volada pensat i fet en una aliança catalanocolombiana. El dispositiu, de rumb impredictible i amb destí al desconegut, va retransmetre en directe les imatges esfèriques des de Colòmbia estant, complint el desig del seu creador, l’artista català Roc Parés, de propagar el missatge que el cel és un terreny fèrtil per a la imaginació…
RNE Escribano Palustre
Entrevista para Escribano Palustre de Radio Nacional de España con Sandra Rengifo y Roberta Bosco. (03 -11-2024)
RNE Radio 4
Topografias de las memorias RNE Serveis informatius Radio 4 Migdia (01-11-2024)
Exibart Sandra Rengifo y Roc Parés presentan ‘Topografías de las memorias’, en Fundació Lluís Coromina (Barcelona) (28-10-2024)
La simulació d’una vella locomotora de vapor feta a petita escala fa voltes una vegada i una altra a l’Espai Isern Dalmau de la Fundació Coromina. La instal·lació interactiva Maqueta entrenada de l’artista Roc Parés comprèn, a través d’una contraposició entre la maqueta ferroviària, la tecnologia, la sonoritat i la iconologia, una complexa i profunda reflexió al voltant dels estereotips en què basem els nostres relats i les violències provocades per la indústria de la canya de sucre i de tabac.
Bonart Topografías de las memorias’ y las historias silenciadas (25-10-2024) por Maria Roca-Sastre
El Espacio Isern Dalmau de la Fundación Lluís Coromina acoge la exposición ‘Topografías de las memorias’, inaugurando al mismo tiempo la programación del festival Panorámico 2024 en Barcelona, después de inaugurar varias exposiciones en Granollers hace unas semanas.
Esta muestra, abierta hasta el 4 de enero, reúne las visiones creativas de Roc Parés y Sandra Rengifo , y ofrece un diálogo entre sus obras bajo la curaduría de Roberta Bosco y Fernando Cuevas Ulitzsch.
Nuvol El Panoràmic i els escenaris del món contemporani (25-10-2024) por Maria Roca-Sastre
La simulació d’una vella locomotora de vapor feta a petita escala fa voltes una vegada i una altra a l’Espai Isern Dalmau de la Fundació Coromina. La instal·lació interactiva Maqueta entrenada de l’artista Roc Parés comprèn, a través d’una contraposició entre la maqueta ferroviària, la tecnologia, la sonoritat i la iconologia, una complexa i profunda reflexió al voltant dels estereotips en què basem els nostres relats i les violències provocades per la indústria de la canya de sucre i de tabac.
La Vanguardia El festival Panoràmic posa el focus en “l’explotació i aniquilació” de l’Amèrica Llatina durant la Revolució Industrial (24-10-2024)
El festival Panoràmic ha presentat aquest dijous la instal·lació inèdita de Roc Parés, Sandra Rengifo i la col·laboració Kostas Tsanakas que es podrà veure fins al 4 de gener a la Fundació Lluís Coromina – Espai Isern Dalmau de Barcelona. Sota el títol ‘Topografías de las memorias’ es tracta d’una exposició amb fotografia, vídeo i una maqueta de tren que posa el focus en aquella població de l’Amèrica Llatina que va ser “explotada”, “aniquilada” i utilitzada com a força de treball pel cultiu de la canya de sucre i la creació de vies ferroviàries durant la Revolució Industrial.
LaRepública El festival Panoràmic posa el focus en “l’explotació i aniquilació” de l’Amèrica Llatina durant la Revolució Industrial (24-10-2024)
El festival Panoràmic ha presentat aquest dijous la instal·lació inèdita de Roc Parés, Sandra Rengifo i la col·laboració Kostas Tsanakas que es podrà veure fins al 4 de gener a la Fundació Lluís Coromina – Espai Isern Dalmau de Barcelona. Sota el títol ‘Topografías de las memorias’ es tracta d’una exposició amb fotografia, vídeo i una maqueta de tren que posa el focus en aquella població de l’Amèrica Llatina que va ser “explotada”, “aniquilada” i utilitzada com a força de treball pel cultiu de la canya de sucre i la creació de vies ferroviàries durant la Revolució Industrial. El treball se submergeix en les conseqüències en zones on persones han quedat atrapades després que s’hagi alterat les formes de vida originals pel benefici d’altres.